“Operazione Wolf”. Note intorno a Papi, storici e archivi vaticani – di Matteo Luigi Napolitano(*)

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  1. La storia

“Operazione Wolf”. Sembra il titolo di un film su un’operazione segreta nazista durante la seconda guerra mondiale. Nulla di tutto questo. Non parleremo di tane del lupo, di dove osano le aquile o di altre operazioni in codice. Wolf è semplicemente un cognome.

Hubert Wolf è il professore di Münster, nonché sacerdote cattolico, che di recente ha sollevato un polverone sui media (nell’ordine: Die Zeit, Kirche+Leben, Religion News Service, Washington Post) circa alcune scoperte sul conto di Pio XII nei soli cinque giorni in cui gli archivi vaticani sul pontificato pacelliano sono stati aperti, prima che si richiudessero a causa della gravissima pandemia da coronavirus.

Ecco la storia. Il professor Wolf e il suo gruppo di quattro giovani collaboratori, stando al racconto dei media, avrebbe scoperto che «il Papa [Pio XII], che mai criticò direttamente l’assassinio degli ebrei da parte dei nazisti, sapeva da proprie fonti della campagna di morte di Berlino» ma nascose ciò «al Governo degli Stati Uniti dopo che un suo collaboratore aveva affermato che ebrei ed ucraini – le sue fonti principali – non potevano essere credibili perché mentivano ed esageravano, secondo i ricercatori» guidati da Wolf.

Tutto chiaro? Gli americani hanno bisogno di confermare alcune informazioni che hanno ricevuto, condivise con il Vaticano. Pio XII consulta le proprie ma le tiene segrete agli americani, dato che un collaboratore lo informa che le fonti vaticane, ebraiche ed ucraine, sono menzognere o tendono a esagerare.

Il modo in cui Wolf ha riportato le sue scoperte agli ignari media ha qualcosa di epico. Egli ha affermato di aver scoperto, in soli cinque giorni, l’aspetto peggiore del “silenzio” di Pio XII sulla Shoah: il suo intimo desiderio d’ignorare quanto stava accadendo sotto i suoi occhi agli ebrei in Polonia e in Ucraina.

Ora, come sarà noto, la comunità degli “storici pontifici” ha aspettato a lungo che gli archivi vaticani fossero resi disponibili per continuare un dibattito già da tempo avviato sul ruolo di Pio XII nella seconda guerra mondiale. Tutti sapevano che un lungo periodo di studi attendeva al varco gli storici dopo quel fatidico 2 marzo 2020, quando gli archivi sul pontificato di Pio XII sarebbero stati resi finalmente disponibili. E in effetti, nessuno poteva ragionevolmente sfidare la logica per cui affinare le conoscenze sul pontificato di Pio XII sarebbe stato possibile solo dopo un lungo utilizzo degli archivi, con dedizione, pazienza e attento studio. Abbiamo invece appreso dai media che, nei soli cinque giorni in cui quegli archivi restarono aperti (prima che il coronavirus li richiudesse) un gruppo di giovani ricercatori guidati da un autorevole storico tedesco ha fatto la scoperta del secolo: l’indifferenza di Pio XII alla sorte degli ebrei durante la seconda guerra mondiale.

Siccome è questo il punto dell’ “operazione Wolf”, dobbiamo quindi vedere com’essa è stata condotta dal suo protagonista.

  1. La roadmap di Hubert Wolf

Scendendo in dettaglio, i passaggi dell’«Operazione Wolf» contro Pio XII sono i seguenti.

  1. Il 27 settembre 1942 il Rappresentante personale di Roosevelt presso Pio XII, Myron Taylor, sottopone alla Segreteria di Stato vaticana un promemoria in cui si parla del massacro degli ebrei nel Ghetto di Varsavia. Fonte delle informazioni è un documento dell’Agenzia ebraica per la Palestina, che ha sede a Ginevra. In tale documento di dice che centomila ebrei sono stati uccisi a Varsavia e nei dintorni, mentre altri cinquantamila sono stati uccisi a Lviv (Leopoli), nell’Ucraina occidentale sotto occupazione tedesca.
  2. Una nota interna della Segreteria di Stato prova che Pio XII lesse il documento inviato da Taylor.
  3. Nel frattempo, il Vaticano aveva ricevuto due altri promemoria che confermavano le notizie riportate dal rappresentante americano. Tali documenti erano:

3.1.       Una lettera dell’agosto 1942 inviata dall’Arcivescovo di Leopoli, mons. Andrey Szeptyckyj, in cui si diceva che duecentomila ebrei erano stati uccisi in Ucraina dai nazisti.

3.2.       Il promemoria di una conversazione tenutasi a metàù settembre del 1942 tra mons. Giovan Battista Montini (futuro Paolo VI) e il funzionario dell’IRI, Conte Malvezzi, in cui quest’ultimo descriveva l’incredibile carneficina di ebrei cui aveva assistito durante un suo soggiorno a Varsavia. Di questa conversazione Montini riferì al Segretario di Stato vaticano card. Luigi Maglione.

Ecco dunque la tesi di Wolf.

Nonostante fosse a conoscenza di ciò che stava accadendo a Varsavia e a Leopoli, Pio XII fece sapere al rappresentante americano Myron Taylor che il Vaticano non era in grado di confermare le notizie che Taylor aveva ricevuto da Ginevra.

Perché il Papa si comportò in questo modo? La risposta, ci spiega Wolf, risiede in un documento inedito che lui stesso ha scoperto nei famosi “cinque giorni in Vaticano”. Secondo Wolf tale documento prova che il suo autore, mons. Angelo Dell’Acqua, dopo aver esaminato le notizie portate da Taylor e studiate quelle inviate dall’arcivescovo di Leopoli Szeptyckyj, consigliò di non dar molto credito alle fonti ebraiche perché esageravano; ma di non credere neppure a quelle provenienti da Leopoli perché gli orientali non esano esattamente un esempio di onestà. A quest’incredulità Pio XII prestò fede, e di conseguenza egli decise di far rispondere all’ambasciatore Taylor che le sue notizie non potevano essere confermate.

Chiaro quindi il mood? Pur avendo notizie certe sul massacro degli ebrei da mons. Szeptyckyj e dal Conte Malvezzi, il Papa non volle confermare le notizie di fonte ebraica in mano a Taylor perché un suo collaboratore lo aveva avvisato che le fonti ebraiche esageravano e quelle ucraine mentivano.

Ma Wolf non si è limitato a ciò. Per amplificare la portata della sua “scoperta”, ha affermato che il promemoria di mons. Dell’Acqua non fu inserito nella raccolta ufficiale di undici volumi degli Actes et Documents du Saint-Siège, perché quel documento avrebbe potuto mettere in imbarazzo il Vaticano, provando che Pio XII, pur sapendo da fonti riservate del massacro degli ebrei, nascose agli americani (e, per estensione, agli Alleati) le fonti che aveva. Wolf su questo è inesorabile: per lui il promemoria inedito di Dell’Acqua «è un documento-chiave che ci è stato tenuto nascosto perché è chiaramente anti-semita e dimostra perché Pio XII non parlò chiaramente contro l’Olocausto […]. Ecco perché dobbiamo essere scettici sull’intera serie di undici volumi [degli ADSS] e controllare l’archivio documento per documento», dal momento che «gli undici volumi rompono il contesto in cui i documenti sono stati trovati nell’archivio. Con l’effetto che non si riesce più a capire come si collegano l’un l’altro».

  1. L’infondatezza della tesi di Wolf

Chi scrive è uno dei pochi storici al mondo ad aver avuto accesso, esattamente come Wolf, agli archivi su Pio XII il giorno stesso della loro apertura, il 2 marzo 2020. Insieme a Wolf e ad altri colleghi abbiamo sperimentato l’emozione da primo giorno di scuola di fronte alla nuova stagione di studi che finalmente si apriva con l’apertura delle carte sul pontificato pacelliano. Emozione, come si diceva, bruscamente interrotta dalla pandemia mondiale.

Per questa ragione non ci è stato difficile riscontrare tutte le debolezze della tesi di Wolf e soprattutto della sua metodologia, dato che le massime verità storiche non si conquistano in soli cinque giorni. E’ tutto l’impianto della ricostruzione di Wolf che presta il fianco a critiche anche da parte di un non “addetto ai lavori”. Cercheremo di sintetizzare tali critiche nelle righe che seguono.

La prima questione riguarda ovviamente il memoriale inedito di mons. Dell’Acqua. Ammettendo e non concedendo che quel documento dica proprio ciò che Wolf vuol fargli dire; e ammettendo e non concedendo che esso sveli nel suo autore un perfido antisemita, la tesi di Wolf ha un primo punto debole: monsignor Angelo Dell’Acqua era un minutante, ossia al primo gradino della carriera diplomatica vaticana, ed era in servizio alla prima Sezione della Segreteria di Stato. Ne consegue che ogni suo promemoria doveva passare il filtro dei superiori (in particolare di mons. Domenico Tardini). Cosa vogliamo dire con ciò? Che negli archivi non c’è prova di un rapporto di causa-effetto tra il promemoria di Dell’Acqua e la decisione finale del Papa di non confermare le informazioni in mano a Taylor. In altre parole, non ci sono prove (tantomeno nel dossier che ospita il documento incriminato) del fatto che le opinioni di Pio XII siano state condizionate da quelle di un minutante della Segreteria di Stato, avallate dai diretti superiori.

Il secondo punto debole (anzi debolissimo) della tesi di Wolf è il seguente: se è vero che il promemoria di Dell’Acqua era talmente antisemita e talmente imbarazzante da non poter essere pubblicato nella raccolta ufficiale vaticana degli ADSS, come mai Wolf l’ha trovato negli archivi? Come mai il Vaticano ha reso liberamente disponibile agli studiosi un documento così imbarazzante da compromettere la reputazione di Pio XII e da innescare l’ennesima polemica contro la sua memoria?

Ma il terzo punto debole è quello decisivo. Hubert Wolf ha citato male il promemoria inedito di mons. Dell’Acqua, che infatti non dice ciò che lui vuol fargli dire.

Il promemoria inedito di Dell’Acqua reca la data del 2 ottobre 1942 ed è conservato nell’Archivio Storico della Sezione Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato vaticana (ARSR, AA.EE.SS., Extracta, Germania 742, f. 25).

Ne riportiamo il testo originale.

«2 ottobre 1942

Appunto

Le notizie contenute nella lettera dell’Ambasciatore Taylor sono gravissime, non v’è alcun dubbio. Occorre, però, assicurarsi che corrispondano a verità, perché l’esagerazione è facile anche fra gli ebrei. E non basta, secondo il mio umile parere, fondarsi sulle informazioni date dal Metropolita Ruteno-cattolico di Leopoli e dal Signor Malvezzi (anche gli Orientali non sono un esempio in fatto di sincerità).

Ma, dato anche che le notizie siano vere, converrà procedere con grande cautela nel confermarle al Signor Tittmann perché mi sembra di scorgere anche uno scopo politico (se non puramente politico)nella mossa del Governo Americano, il quale non mancherebbe forse di dare una pubblicità all’eventuale conferma della Santa Sede: il che potrebbe avere spiacevoli conseguenze non solo per la Santa Sede, ma per gli stessi ebrei che trovansi nelle mani dei tedeschi, i quali ne approfitterebbero per aggravare le misure odiose e barbare adottate nei loro confronti».

In sintesi, Dell’Acqua non consigliava di tener segrete le informazioni in mano alla Santa Sede, ma piuttosto di «confermarle al signor Tittman» (“vice” di Taylor) con le debite cautele circa la loro non verificabilità e possibile inaccuratezza. L’altra cosa da sottolineare è che, a differenza di quanto fa credere Wolf, questo non è «un documento-chiave che ci è stato tenuto nascosto perché è chiaramente anti-semita». Al contrario, come abbiamo visto citando il promemoria e tralasciando le serial quotations di Wolf, nel suo scritto mons. Dell’Acqua si preoccupava delle spiacevoli conseguenze che la conferma ufficiale di informazioni non verificabili avrebbe potuto avere, non solo per la Santa Sede «ma per gli stessi ebrei che trovansi nelle mani dei tedeschi, i quali ne approfitterebbero per aggravare le misure odiose e barbare adottate nei loro confronti».

Come si può sostenere, leggendo queste parole, che monsignor Dell’Acqua era un antisemita e che il suo promemoria non fu pubblicato a suo tempo proprio perché antisemita?

Come vedremo poco oltre, Dell’Acqua aveva ragione a dubitare delle fonti ebraiche e orientali, ma non per quello che crede Wolf. Era convinzione comune fra gli Alleati, fra i Paesi neutrali e «anche fra gli Ebrei» che fosse facile l’esagerazione delle notizie ricevute. Ed era diffusa anche l’idea che le fonti provenienti da est non sempre fossero sincere o veritiere; ma questo non perché Dell’Acqua ritenesse che l’arcivescovo di Leopoli fosse insincero, quanto perché, anche in questo caso, neppure le notizie da lui ricevute erano verificabili.

Com’è apparso subito chiaro agli storici nel corso dell’ultimo ventennio (che ha visto l’apertura delle carte di alcuni servizi segreti), le fonti sullo sterminio ebraico non erano facilmente verificabili e in generale erano ritenute inaffidabili se non confortate da prove. In un tale contesto vanno collocate le note di mons. Dell’Acqua sulla qualità delle fonti ebraiche e orientali. E poi c’era il conte Malvezzi, altra fonte personale di Montini. Anche le notizie di Malvezzi andavano soggette a verifica. Il Conte non faceva eccezione per il semplice fatto di essere l’amico di un futuro papa.

Comunque la si voglia pensare, la conclusione certa è che, alla luce della citazione esatta del documento inedito di Dell’Acqua, cade rovinosamente la tesi di Hubert Wolf. Dell’Acqua non era antisemita. Acclarato ciò, ne consegue che il suo memorandum restò inedito per ragioni del tutto estranee al suo presunto antisemitismo e al desiderio del Vaticano di non compromettersi. Tanto che, come si è visto, il documento non è stato sottratto dalla Curia romana alla consultazione degli studiosi.

Aggiungeremmo a questa storia anche un’osservazione dettata da quella pietas di cui canta il poeta Virgilio.

Anche se la ricerca è libera, gli storici dovrebbero pur sempre ricordare che i diritti umani non cessano di essere diritti alla morte degli umani; essi non si prescrivono trascorso che sia un dato lasso di tempo. Nella fattispecie, a mons. Dell’Acqua andrebbe restituito da Hubert Wolf quel rispetto dovuto a chi è stato calunniato post mortem sostenendo che fosse antisemita; e ciò sulla base d’un documento letto male, citato ad usum, e che prova l’esatto contrario!

  • 4. Ulteriori considerazioni sull’infondatezza della tesi di Wolf

Per aiutare il lettore a comprendere la vicenda, faremo il paragone delle matrioske. La vicenda che trattiamo è infatti un gioco di bambole russe in cui una ne contiene un’altra e la più grande le contiene tutte.

Tutto parte da un promemoria dell’Agenzia ebraica per la Palestina, che nel 1942 aveva sede a Ginevra. L’agenzia aveva raccolto una serie di notizie su quello che stava accadendo agli ebrei in Polonia e nell’Ucraina sotto occupazione tedesca. Raccolte queste notizie, i funzionari dell’Agenzia ebraica le avevano ordinate in un promemoria, tenendo distinte le fonti. Redatto infine un promemoria, questo era stato trasmesso agli Alleati. Il Presidente Roosevelt lo aveva fatto poi avere a Myron Taylor, suo rappresentante presso il Papa, desiderando da Pio XII un riscontro sulla fondatezza delle notizie da Ginevra.

Myron Taylor inserì il documento ebraico in un suo promemoria che portò personalmente in Segreteria di Stato, il 27 settembre 1942. Il Cardinal Maglione era assente, ma il documento di Taylor fu immediatamente sottoposto all’attenzione di Pio XII. Maglione lo vide il giorno dopo e chiese ai collaboratori: «Non credo che abbiamo informazioni che confermano – in particolare – queste gravissime notizie. Non è così?». Una nota anonima, il 30 settembre 1942, aggiunse: «Ci sono quelle del Sig. Malvezzi» (ADSS. vol. 8, doc. 493).

Malvezzi, come si è detto, era un funzionario dell’IRI in stretto contatto con mons. Montini. Il 18 settembre 1942 i due si erano incontrati e così il futuro Paolo VI aveva riassunto il loro colloquio: «…Vi sono in queste ultime settimane due fatti gravi da notare: i bombardamenti delle città polacche da parte dei russi e i massacri sistematici degli ebrei… I massacri degli ebrei hanno raggiunto proporzioni e forme esecrande spaventose. Incredibili eccidi sono operati ogni giorno; pare che per la metà di ottobre si vogliono vuotare interi ghetti di centinaia di migliaia di infelici languenti per far posto ai Polacchi, che sono sloggiati dalle loro case, ove tedeschi rimasti in Germania senza tetto a causa della guerra vengono trasportati…»[1].

Sulla base delle sue fonti, possiamo affermare che il Vaticano era in grado di confermare le notizie dell’agenzia ebraica a Ginevra, così come riportate da Myron Taylor? A tale domanda dobbiamo rispondere negativamente, perché proprio le informazioni ebraiche non davano esattamente il quadro della situazione.

Guardiamo dunque il promemoria di Myron Taylor del 27 settembre 1942. Ritornando all’esempio delle matrioske, esso conteneva una lettera dell’Agenzia ebraica per la Palestina, datata 30 agosto 1942. A sua volta, questa lettera sintetizzava un rapporto proveniente da «due affidabili testimoni oculari (ariani), uno dei quali giunse dalla Polonia il 14 agosto».

La prima considerazione da fare è dunque che il Governo americano aveva bisogno di verificare comunque le notizie di stermini provenienti da quei due “ariani” che gli ebrei di Ginevra pur consideravano persone degne di fede, perché testimoni oculari.

In effetti, nonostante i due testimoni oculari, le informazioni raccolte dall’Agenzia ebraica per la Palestina di Ginevra non erano ritenute affidabili dagli americani. Se  studiamo attentamente il documento, notiamo che molte delle informazioni in esso contenute non erano verificabili o non erano accurate. Per esempio, il memorandum diceva che tutti gli ebrei del Ghetto di Varsavia erano liquidati. Ovviamente ciò non era vero, non solo se consideriamo tutta la storia della ribellione del Ghetto di Varsavia, ma anche se teniamo presente che Himmler ordinò la liquidazione di tutti i ghetti nei territori orientali a partire dal 21 giugno 1943[2]. Inoltre, nel documento dell’Agenzia ebraica per la Palestina non si riusciva a capire se i massacri avessero avuto luogo a Varsavia o a Belzek e a Lemberg, dove sembrava fossero stati uccisi cinquantamila ebrei. Dopo poche righe, infatti, lo stesso documento ne racchiudeva un altro in cui si sosteneva che in effetti i massacri erano stati perpetrati nella stessa Varsavia, e che centomila ebrei erano stati uccisi. L’Agenzia ebraica per la Palestina aggiungeva inoltre: «Non c’è neppure un ebreo rimasto vivo nell’intero distretto a est della Polonia, inclusa la Russia occupata»[3].

Tali informazioni erano dunque non verificabili. Non solo i luoghi in cui i massacri erano avvenuti non corrispondevano nelle stesse fonti in mano all’Agenzia ebraica; ma neppure era vero che all’agosto del 1942 non fosse rimasto vivo un solo ebreo nei distretti a est della Polonia. Infatti, il solo ghetto di Lviv non sarebbe stato liquidato che nel giugno 1943; nel maggio di quell’anno vi risiedevano ancora 12000 abitanti fra quelli regolarmente registrati. Altri 5000 ebrei, 3000 della via Janowska e altri 2000 ai lavori forzati per la costruzione della Ostbahn, sarebbero stati liquidati nel novembre del 1943. Quando i sovietici entrarono in Lviv, gli ebrei sopravvissuti erano 200-300. Ma per contro, nel novembre del 1944 un comitato ebraico stimò a 2500 persone gli ebrei allora presenti a Lviv[4].

In questo gioco di matrioske in cui fonti ariane informavano fonti ebraiche, le quali a loro volta inoltravano i messaggi ad altre fonti ebraiche che li “rifischiavano” a fonti americane, che a loro volta chiedevano conferma al Vaticano; ecco, in tutto questo gioco nulla era più certo dell’incertezza.

Ma se il Vaticano non era in grado di confermare fonti già di per sé contraddittorie e incerte, ciò non vuol dire che Pio XII desiderasse tenere all’oscuro gli americani delle sue fonti peraltro anch’esse incerte e non verificabili. Anzi, se Hubert Wolf avesse seguito la vicenda fino alla fine, non limitandosi a poche “citazioni seriali”, avrebbe scoperto che Pio XII agì nei confronti di Myron Taylor nel modo seguente: «Preparare un breve appunto nel quale si dice, in sostanza, che la S. Sede ha avuto notizie di trattamenti severi contro gli ebrei. Essa non ha però potuto controllare l’esattezza di tutte le notizie ricevute. La stessa S. Sede non ha mancato d’altra parte di intervenire a favore degli ebrei ogni qual volta se le è presentata la possibilità»[5].

La nota in questione fu preparata e consegnata a Tittman il 10 ottobre 1942. Essa diceva: «Con riferimento alla pregiata lettera in data 26 settembre pp. con la quale Sua Eccellenza il signor ambasciatore Myron Taylor portava cortesemente a conoscenza della Segreteria di Stato di Sua Santità un memorandum pervenuto al Governo americano circa il trattamento fatto agli ebrei, la stessa Segreteria di Stato si pregia di comunicare che anche da altre fonti sono pervenute alla Santa Sede notizie di severi provvedimenti presi nei confronti dei non ariani. Di tali notizie, però, non è stato finora possibile alla Santa Sede di controllare l’esattezza. Essa, tuttavia, com’è risaputo, si è valsa di tutte le possibilità che Le si sono offerte per mitigare le sofferenze dei non ariani»[6]. Tittmann informò, via Berna, Washington. «Mi dispiace che la Santa Sede non abbia potuto essere di maggior aiuto ma era evidente dall’attitudine del Cardinale che non aveva suggerimenti pratici da sottoporre. Penso ci sia probabilmente il convincimento che vi sia scarsa speranza di verificare le barbarie naziste con metodi diversi da quello di una forza fisica che giunga dall’esterno»[7].

Ecco dunque smentita un’altra tesi di Wolf: gli americani non furono affatto tenuti all’oscuro delle informazioni giunte in Vaticano sui massacri di Ebrei in Polonia e in Ucraina. La Santa Sede tuttavia doveva confessare di non aver potuto «controllare l’esattezza» delle notizie ricevute.

5. Pio XII, gli Alleati e l’ «incredibile storia» delle camere a gas

Pio XII non aveva dunque notizie più certe e più verificabili sui massacri di ebrei rispetto a quelle che circolavano in Europa. Se ne vogliamo prova ulteriore, prendiamo il caso del famoso “memorandum Riegner”.

Gerhart Riegner, un avvocato tedesco emigrato in Svizzera a causa delle leggi antisemite tedesche, nel corso della guerra era diventato un alto funzionario della sezione ginevrina del World Jewish Congress. Riegner è diventato famoso per il suo memorandum dell’8 agosto 1942, che nelle sue intenzioni sarebbe dovuto giungere agli ebrei inglesi e americani. Il promemoria conteneva delle tragiche notizie sulla sorte degli ebrei europei che Riegner aveva ricevuto dall’industriale tedesco Edward Schulte and da altre fonti.

Il “dispaccio Riegner” (inoltrato a Londra dalla legazione britannica a Berna) diceva: «Nel quartier generale di Hitler è stato discusso ed è allo studio un piano in base al quale tutti gli ebrei nei Paesi occupati o controllati dalla Germania, che ammontano a una cifra di tre milioni e mezzo, dovrebbero, dopo la deportazione e il concentramento a est, essere sterminati in un colpo solo al fine di risolvere, una volta per tutte, la questione ebraica in Europa». Riegner aggiungeva che l’azione sarebbe stata «progettata per l’autunno» e che «i modi di esecuzione erano (corsivo nostro) ancora oggetto di discussione, incluso l’uso di acido prussico». «Trasmettiamo queste informazioni – concludeva Riegner – con tutte le necessarie riserve dal momento che non abbiamo potuto confermare la loro esattezza», anche se «ci è stato riferito che il nostro informatore ha stretti collegamenti con le massime autorità tedesche, e i suoi rapporti sono in linea generale affidabili»[8].

L’inserimento di un’avvertenza alla fine del messaggio, di accogliere le notizie con «le necessarie riserve» in assenza di loro conferma, fu chiesto a Riegner dal suo diretto superiore al World Jewish Congress, il giurista internazionalista Paul Guggenheim, il quale ordinò a Riegner di cancellare dal promemoria la menzione di un enorme forno crematorio già approntato per lo sterminio, e di inserire l’avvertenza che non era stato possibile verificare la fondatezza delle notizie trasmesse.

Noi oggi sappiamo che i servizi segreti alleati cercarono di bloccare con ogni mezzo la diffusione del “dispaccio Riegner”, al quale non volevano prestare la minima fede per le cose incredibili che esso narrava. Ma c’è di più: in strano sincronismo con il memorandum dell’Agenzia ebraica per la Palestina inviato da Taylor in Vaticano, nel settembre del 1942 nientemeno che il presidente dell’American Jewish Congress confessò di nutrire molti dubbi sull’affidabilità del “dispaccio Riegner” (che intanto aveva raggiunto le comunità ebraiche anglosassoni)[9]. In effetti, «i funzionari della Divisione Europa e gli specialisti nel campo dei rifugiati non tennero in considerazione questo telegramma e il Dipartimento di Stato rifiutò di trasmetterlo al Rabbino Stephen Wise, presidente dell’American Jewish Congress». Detto in altri termini, il Dipartimento di Stato considerava le informazioni di Riegner come il frutto di «voci incontrollate ispirate da paure ebraiche»[10].

Ne consegue che anche una delle fonti più affidabili sull’Olocausto, il ”Dispaccio Riegner” proveniente dal World Jewish Congress di Ginevra, era ritenuto un insieme di notizie non verificate che era meglio celare del tutto o che, in caso di loro diffusione, andavano accompagnate da tante avvertenze circa la loro non verificabilità.

Quanto fosse difficile agli ebrei europei diffondere fra gli Alleati ogni dettaglio della tragedia che stavano vivendo, emerge anche dai documenti americani. Nell’estate del 1943 gli Alleati erano in procinto di preparare una dichiarazione sulle atrocità naziste in Polonia. C’era già stata la dichiarazione interalleata del 17 dicembre 1942, ma evidentemente le organizzazioni internazionali ebraiche non la ritenevano sufficiente, dato che stavano insistendo per una nuova dichiarazione. Ebbene, mentre a Washington si stava preparando il testo di questa dichiarazione, giunse da Londra la seguente notizia: «Su suggerimento del Governo britannico, che afferma non esserci prove sufficienti per giustificare una dichiarazione circa l’esecuzione nelle camere a gas, è stato concordato di eliminare l’ultima frase del paragrafo secondo della Dichiarazione sui crimini tedeschi in Polonia da “dove” a “camere a gas”, così lasciando terminare il secondo paragrafo con “campi di concentramento”. Preghiamo d’informare del cambiamento di testo il Commissariato per gli Affari Esteri»[11].

Di conseguenza il testo finale della Dichiarazione sui crimini di guerra tedeschi in Polonia firmata da Stati Uniti e Gran Bretagna, rilasciata il 30 agosto 1943 e pubblicata nella raccolta ufficiale del Dipartimento di Stato americano (Department of State, Bulletin, September 4, 1943, vol. IX, n. 219, Publication 1988, p. 150), omise ogni menzione delle camere a gas, dato che la loro esistenza non poteva essere dimostrata. Non per questo, tuttavia, gli alleati furono mai accusati di “silenzio” di fronte alle camere a gas e ai forni crematori, tantomeno di fronte ai crimini nazisti in Polonia. L’omissione di ogni accenno alle camere a gas era effetto dell’impossibilità di verificare le informazioni su ciò che accadeva soprattutto nel Warthegau, quella parte di Polonia che Hitler voleva fosse il terreno di sperimentazione nel “nuovo ordine nazista”. Nonostante le insistenze degli ebrei di tutto il mondo, gli Alleati scelsero quindi di non diffondere informazioni che gli ebrei stavano facendo loro pervenire, dato che tali informazioni non potevano essere verificate; e fino a che non fossero state verificate.

6. La critica di Wolf alla serie edita dei documenti vaticani

Anche il giudizio di Hubert Wolf sulla serie dei documenti vaticani edita in undici volumi è ingiustamente liquidatorio: anzitutto perché Wolf parte dall’errato pregiudizio che il promemoria di Dell’Acqua non sia stato pubblicato perché di contenuto antisemita (il che però non spiega come mai la Curia vaticana lo abbia lasciato negli archivi alla libera consultazione degli studiosi); e poi perché è fuor di luogo affermare, sulla base di un errato presupposto, che occorre «essere scettici sull’intera serie degli undici volumi e controllare gli archivi documento per documento».

Saranno necessarie poche osservazioni metodologiche. In primo luogo, nessuna serie edita di documenti, pur riproducendo molto materiale archivistico reperito, riproduce un archivio nella sua interezza. Gli archivi rimangono archivi, mentre le serie edite riproducono molte carte ma non interamente gli archivi.

In secondo luogo, la pretesa di Wolf che si trascuri un’intera serie documentaria solo per la mancanza di qualche documento è del tutto priva di senso, perché un tale “difetto” accomuna praticamente tutte le serie documentarie. Quale serie documentaria potrebbe mai resistere a una contestazione del genere? Molte serie documentarie pubblicate in vari Paesi del mondo risalgono agli anni Cinquanta, e in molte di esse mancano documenti che gli archivi hanno svelato solo in un secondo momento, dopo opportuni riordinamenti delle carte. Inoltre, il lavoro editoriale si è affinato col tempo, anche a motivo degli importanti cambiamenti degli ultimi anni, grazie alla digitalizzazione. In altre parole, nessun lavoro editoriale sulle serie documentarie è esempio di perfezione. Dov’è dunque il problema?

In particolare, la serie degli ADSS nacque in una particolare circostanza, ossia quando scoppiò la querelle sul “silenzio di Pio XII” con il libro di Saul Friedländer che pubblicava per la prima volta documenti tratti dagli archivi tedeschi[12]. Fu Paolo VI a ordinare pertanto a quattro gesuiti di preparare una serie documentaria, ma ciò fu fatto praticamente in un caos archivistico in cui all’epoca (metà degli anni Sessanta) versavano le carte su Pio XII. Pur con tutto ciò, la serie degli ADSS si rivelò molto interessante, piena di documenti che non erano solo di fonte vaticana ma anche provenienti da altri Stati e da varie agenzie internazionali. Per i tempi e per le circostanze in cui nacque, la serie degli ADSS consentì comunque agli studiosi di avere impressioni di prima mano sulle linee generali della diplomazia vaticana durante la seconda guerra mondiale. In breve, anche oggi la serie degli ADSS merita il posto di rilievo fra le più importanti collezioni documentarie esistenti al mondo per il periodo della seconda guerra mondiale.

7. Concludendo…

Trovare la verità negli archivi storici è qualcosa di molto più complesso che entrarvi per soli cinque giorni con la pretesa di avervi fatto cruciali scoperte, così come Hubert Wolf ha preteso. Nessuno potrebbe seriamente affermare di aver costruito solide verità storiche stando in un archivio mai visto prima per soli cinque giorni (anzi quattro, se escludiamo il primo giorno impiegato nelle pratiche di rito); prima che quest’archivio fosse chiuso a causa del coronavirus.

Eppure la storia di Hubert Wolf è stata presentata sui media quasi che una pattuglia di ricercatori avesse invaso gli archivi vaticani esattamente come le divisioni naziste fecero in Polonia. Ovviamente, la verità storica è qualcosa di differente, di più complesso, di più affascinante e, ciò che più conta, richiede pazienza, dedizione, coraggio e adeguate capacità di ricerca.

Speriamo che il tempo che verrà dopo il coronavirus ci restituisca tutto questo.

(*) Professor of International History, Diplomacy and International Relations at the University of Molise, Italy. International Delegate of the Pontifical Committee of Historical Sciences, Vatican City.

[1] ADSS, vol. 8, nota 2 alle pp. 665-666.

[2] Cfr. A. Polonsky, The Jews in Polonia and Russia, vol. III: 1924 to 2008, Oxford, Portland OR, The Littman Library of Jewish Civilization, 2012, pp. 516-517.

[3] Foreign Relations of the United States, Diplomatic papers, 1942, Europe 1942, vol. III, pp. 775-776.

[4] Cfr. A. Polonsky, The Jews in Polonia and Russia, vol. III: 1924 to 2008, cit., pp. 497-498.

[5] Appunto del 6 ottobre 1942, ADSS, vol. 8, doc. 496.

[6] La Segreteria di Stato di Sua Santità all’incaricato d’affari americano Tittmann, 10 ottobre 1942, ADSS, vol. 8, doc. 507.

[7] Il Ministro a Berna Harrison al Segretario di Stato americano (“rifischiando” il dispaccio di Tittmann dal Vaticano del 10 ottobre 1942), 16 ottobre 1942, FRUS, 1942, vol. III, Europe, cit., pp. 777-778.

[8] Public Record Office, Kew, UK, FO 371/30917.

[9] R. Breitman, Official Secrets: What the Nazis Planned, What the British and Americans Knew, Washington DC, 1999, p. 144.

[10] R. Breitman, N.J.W. Goda, T. Naftali and R. Wolfe, US Intelligence and the Nazis, Cambridge 2005, p. 26; cfr. anche R. Breitman, A. Lichtman, FDR and the Jews, Belknap Press 2013, p. 199 ss.

[11] Il Segretario di Stato americano all’ambasciatore americano a Mosca, Standley, 30 agosto 1943, FRUS, 1943, III. pp. 416-417.

[12] S. Friedländer, Pie XII et le III Reich: documents, Paris: Éditions du Seuil, 1964.

Wolf’s Pius. Remarks about the way of researching in recent Vatican Files – by Matteo Luigi Napolitano(*)

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VERSIONE ITALIANA

  1. The story

Some medias (Die Zeit, Kirche+Leben, Religion News Service) have recently reported the following story: in one week alone «German researchers» of a group led by Münster’s professor Hubert Wolf «found that the Pope [Pius XII], who never directly criticized the Nazi slaughter of Jews, knew from his own sources about Berlin’s death campaign» but kept «this from the U.S. government after an aide argued that Jews and Ukrainians — his main sources — could not be trusted because they lied and exaggerated, according to the researchers».

It’s really epic the way medias have reported Professor Wolf’s stay in the Vatican archives. It seems that, in five days only, his group discovered the definitive worst side of Pope Pius XII – his inner wish of ignoring what was happening to Jews in Poland and in Ukraine.

As everybody knows, the community of “pontifical scholars” had been waiting for Vatican archives to be available since a long-time. Everybody knew that a long work was awaiting scholars in the whole Pius’ archives. In fact, methodologically nobody could challenge the rationale that a “Pius’ fine-tuned story” should be a matter of time, study and careful scholarship. Instead, we discovered that in the only five days the Vatican archives were opened (before their doors were dramatically slammed by the coronavirus), a group of young scholars led by an authoritative historian discovered the mother-evidence of Pacelli’s indifference to the fate of European Jews during the second world war.

Given the importance of the question, it is necessary to go to the focal point. Wolf and his group allegedly discovered a document proving that Pope Pius XII knew about the Holocaust well in advance but hid this information from the US Governments after an aide had advised not to believe to Jewish and Ukrainian sources of the memo, since they exaggerated reality or tended to be dishonest.

  1. Wolf’s anti-Pius roadmap

In detail, Wolf’s research roadmap goes as follows:

  1. On 27th September 1942 President Roosevelt’s personal representative to the Pope, Ambassador Myron Taylor, submitted to the Vatican Secretariat of State a memo about the massacres of the Jews in the Warsaw’s Ghetto. The memo came from a Geneva-based Jewish Agency for Palestine. The memo reported the killing of 100,000 Jews in Warsaw and/or in its surroundings, adding that other 50,0000 Jews had been killed in Lviv, in German-occupied Ukraine.
  2. An internal note by a Vatican official informed that Pope Pius XII read the document.
  3. Meanwhile, the Vatican official received two other notes confirming the story of Myron Taylor’s memo, namely

c.1)       A letter from the Lviv Archbishop mgr. Andrey Szeptyckyj, of August 1942, revealing that 200,000 Jews had been killed by the Nazis in Ukraine.

c.2)       A memo of a conversation held in mid-September 1942 between Mgr. Montini and IRI (Istituto per la Ricostruzione Italiana) official Count Malvezzi, where the latter described the unbelievable butchery of Jews he had seen during his recent stay in Warsaw. Mgr. Montini (the future Pope Paul VI) reported the gist of this conversation to Vatican Secretary of State Card. Luigi Maglione.

Despite his awareness of what was going on in Warwaw and Lviv, Wolf argues, Pius XII let Myron Taylor know that the Vatican was not able to confirm the news the US Ambassador had received from Geneva. Why did the Pope behave this way? The answer lies in an unpublished document Wolf has discovered in Vatican archives during the five-day lapse of their opening.

According to Wolf, this document shows that papal aidée Mgr. Angelo Dell’Acqua, after examination of the Jewish Agency’s memo brought by Taylor, and after scrutiny of the news sent by Lviv Archbishop Szeptyckyj, advised not to give much credit to them since Jewish informers exaggerated while the Eastern ones (read: the Archbishop of Lviv) were not exactly an example of honesty. This opinion, Wolf concludes, let the Vatican decide to keep the secret on the reports by Szeptyckyj and Malvezzi, and respond to Ambassador Myron Taylor that the memo of the Jewish Agency in Geneva could not be confirmed.

Wolf adds that Dell’Acqua’s memo does not appear in the Vatican edited collection Actes et Documents du Saint-Siège. He clearly believes in a faulty omission committed by ADSS editors, since the Dell’Acqua memo could embarrass the Vatican by proving that the Pope had known about the massacres of the Jews in advance and remained silent. In fact, Wolf says, «this is a key document that has been kept hidden from us because it is clearly anti-Semitic and shows why Pius XII did not speak out against the Holocaust […]. That’s why we have to be skeptical about the whole 11-volume series and check it against the archive document by document», since «these 11 volumes break up the context in which the documents are found in the archive. The result is that one can no longer understand how they relate to each other».

  1. The problems of Wolf’s interpretation

The Author of these lines is one of the few researchers in the world to have gained access to the Vatican archives the very day the files of Pope Pius XII were opened. Exactly as Münster’s Professor Hubert Wolf (strange to say, a Catholic priest), Dr. Michael Hesemann and others, I experimented the first school day’s excitation in getting fresh archival papers on my desk, and soon after suffered the delusion for the premature closing of the Vatican archives due to coronavirus pandemic.

That’s why I feel uncomfortable with Wolf’s assessments as reported by the medias, finding that Wolf’s opinion upon his fresh discoveries about Pacelli left itself open to criticism.

***

The first question involves Mgr. Dell’Acqua’s unpublished memo. Even by admitting that the note exactly said what Wolf believes it did, Mgr. Dell’Acqua was in no position of conditioning directly the papal line. In the Vatican hierarchy he was a minutante of the First Section of the Vatican Secretariat of State – hence on the first stage of the Vatican diplomatic career, so that any advice coming from him should pass the filter of his own direct superiors (i.e. Mgr. Tardini). In fact, Vatican documents show no evidence of a cause-effect relationship between Dell’Acqua’s memo and papal non-confirmation of the news coming from Geneva. There’s no evidence at all that Pius’ opinions were forged by a minutante. More, there is no evidence that Pius XII read Dell’Acqua’s remarks on the unreliability of the news on massacres in Poland and Ukraine.

Moreover, a minutante, although prone to the hierarchy, could even cast doubts about news coming from a very important Cardinal as Szeptyckyj (a man very esteemed by Pius XII). Anyway, this does not means that Dell’Acqua could write adamantly that Eastern people like Szeptyckyj were dishonest.

***

But there are other points of weakness in Hubert Wolf’s assertions. For instance, what about Malvezzi? Was Count Malvezzi reliable while informing about the events in Warsaw? Was he exaggerating or reporting dishonestly? Did Malvezzi’s information reach US Ambassador Myron Taylor or not?

***

A third point of weakness in Wolf’s theory is the wrong quotation of Mgr. Dell’Acqua’s words. Michael Hesemann has already quoted the following words of Dell’Acqua: «It is necessary to make sure they [the information coming from Geneva] be true, since exaggerations often happen, even among the Jews».

The whole Dell’Acqua’s note of 2nd October 1942 (in ARSR, AA.EE.SS., Extracta, Germania 742, f. 25) says the following: «No doubt the news contained in the letter by Ambassador Taylor are very serious. But we need to be sure they correspond to truth, since exaggeration is easy even among Jews. It’s not enough, in my humble opinion, to base upon information given by the Catholic Ruthenian Metropolitan Bishop of Lviv and by Signor Malvezzi (even Easterners are not an example in matters of sincerity). But, even considering the news as true, it will be appropriate to proceed with great prudence in confirming them to Mr. Tittmann since it seems to me to see also a political (if not purely political) aim in the move by the American Government, which should not miss the oppotunity of giving publicity to an eventual confirmation by the Holy See –  which could have unpleasant consequences not only for the Holy See but also for those Jews themselves who are into hands of the Germans, who could profit to worsen the hateful and barbaric measures adopted against them» (**).

In a nutshell, Dell’Acqua did not advise to keep the information secret but rather to pass them to Taylor accompanied by warnings about their possible inaccuracy and non-verifiability. But, most of all, it is not true that Dell’Acqua’s memo was not included in the 11-volume series of the Vatican documents because it was a «key document that has been kept hidden from us because it is clearly anti-Semitic». On the contrary, as we have seen by citing the memo entirely and not by serial quotations, Dell’Acqua was worried about the possible «unpleasant consequence» the political use of a serious humanitarian question could produce «not only for the Holy See but also for those Jews themselves who are into hands of the Germans, who could profit to worsen the hateful and barbaric measures adopted against them».

How could one maintain that Mgr. Dell’Acqua was an anti-Semite, and that his anti-Semitism was the reason why his memo was not published in the Vatican documents’ official series?

***

Wolf does not see that even the memo by the Jewish Agency for Palestine contained a set of inaccuracies. Myron Taylor’s letter pouching this memo was brought personally by him to the Vatican Secretariat of State on 27th September 1942. Cardinal Maglione was not in office, but soon Montini forwarded the letter directly to the Pope, who saw it. When Cardinal Maglione read it, soon after, he asked: «I don’t believe we’ve got information confirming – in detail – these shocking news. Isn’t that?». Maglione’s aidées answered. «There are Malvezzi’s» (ADSS, vol. 8, doc. 493).

Malvezzi was an IRI clerk who had been in Warsaw for business. He was in close contact with Mgr. Montini whom he met on 18th September 1942. Montini summarized their conversation as follows: «In last weeks there are two remarkable serious facts: the bombings of Polish cities by Russians and the systematic massacres of Jews. Massacres of Jews have reached dreadful dimensions and appalling forms. Incredible slaughters happen every day; it seems that in mid-October they want to make the Ghettos empty from hundreds of thousands unhappy languishing in order to make place for Polish driven off their own homes…»

***

Hence, the main point is the following: was the Jewish Agency memo pouched by Ambassador reporting exactly the situation? If we study that document carefully, we see that many information were not verifiable or were inaccurate. For instance, the memo said that all the Jews in Warsaw Ghetto were being liquidated. The massacres, the memo reported, were not taking place in Warsaw but in Belzek and Lemberg, where 50,000 Jews had been killed. But after few lines, as in a matrioska-game, the memo itself enclaved another memo according to which in fact massacres had been perpetrated in Warsaw and that 100,000 Jews had been killed. More, the Jewish Agency for Palestine added: «There is not one Jew left in the entire district east of Poland, included occupied Russia». These information were obviously inaccurate – for instance, many Jews still resided in territories believed to have be emptied of them; and the figures of the killings were totally different; and so were the places where the massacres had taken place (Foreign Relations of the United States, Diplomatic papers, 1942, Europe 1942, vol. II, pp. 775-776).

***

Hence, if the Vatican could not confirm a mess of divergent and contrasting news it was receiving, this doesn’t mean that Pius XII wished these information to be kept secret from the US. Had one followed the whole story to the end, he should have discovered that the Vatican acted vis-à-vis Myron Taylor the following way: «To prepare a brief note by telling, essentially, that the Holy See has received news about severe mistreatments against the Jews, but that it could not check the exactitude of all the news received. On the other way, when the occasion arose, the Holy See itself did not miss the opportunity to intervene».

The conclusion is that Ambassador Myron Taylor was not kept in the dark of the information coming to Vatican with news about massacres of Jews. The only warning was that the reported news could not be verified in their accuracy.

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If we move from the Vatican sources to other ones, we discover that, in treating the news about holocaust, Pope Pius XII behaved in a way similar to others.

Gerhart Riegner was a German lawyer and a Jew emigrant to Switzerland, who during the war had been working in the World Jewish Congress’ Swiss headquarter. Riegner became famous for his memo of 8th August 1942, by which he intended to forward to British and American Jews alarming information on the holocaust, he had received from the German industrialist Edward Schulte and from other sources.

Riegner’s dispatch (pouched by the British Legation in Bern) said that «in the Führer’s Headquarters, a plan has been discussed, and is under consideration, according to which all Jews in countries occupied or controlled by Germany numbering 3 1/2 to 4 millions should, after deportation and concentration in the East, be at one blow exterminated in order to resolve, once and for all the Jewish question in Europe». The action was reported «to be planned for the autumn» and that «ways of execution were (my Italic) still being discussed including the use of prussic acid». «We transmit this information with all the necessary reservations as exactitude cannot be confirmed by us»; even if «our informant is reported to have close connexions with the highest German authorities, and his reports are generally reliable» (See PRO file FO.371/30917).

The closing remarks casting doubts about the accuracy of the report came directly from Riegner’s superior at the World Jewish Congress, the international lawyer Paul Guggenheim, who peremptorily ordered Riegner to cancel any mention of the existence of a huge crematorium and to insert a hint that the accuracy of the received information could not be checked.

We now know that Allied secret services tried to block the dissemination of the Riegner’s memo. But there is more. In strange synchronicity with the Jewish memo pouched by Myron Taylor, in September 1942 the President of the American Jewish Congress confessed his personal doubts about the truthfulness of the Riegner’s memo (See Breitman, Official Secrets, p.144). In fact, «the desk officers in the European Division and the refugee specialists discounted this telegram, and the State Department declined to pass it on to Rabbi Stephen Wise, president of the American Jewish Congress». It is very interesting to note that the State Department considered Reigner’s information «a wild rumor inspired by Jewish fears» (Breitman, Goda, Naftali and Wolfe, US Intelligence and the Nazis, Cambridge 2005, p. 26; cfr. Breitman, Lichtman, FDR and the Jews, Belknap Press 2013, p. 199 ff.).

All this shows that even one of the most reliable sources on the holocaust during the Second World War, the World Jewish Congress in Geneva, was under accurate scrutiny as to the news it was spreading, because of the need of their careful verification before dissemination.

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If we move to American documents, we make another interesting discovery. During the Summer of 1943 Allies were preparing a statement against Nazi atrocities in Poland – a demarche urgently requested by Jewish Agencies in US, UK and elsewhere. While preparing this demarche by an accurate wording, Washington received from London the following news: «At the suggestion of the British Government which says there is insufficient evidence to justify the statement regarding execution in gas chambers, it has been agreed to eliminate the last phrase in paragraph 2 of the Declaration on German Crimes in Poland beginning “where” and ending “chambers” thus making the second paragraph end with “concentration camps”. Please inform the Commissariat for Foreign Affairs of the change in text» (FRUS, 1943, III. pp. 416-417).

As a consequence, the final text of the US-UK Declaration on German Crimes in Poland read as follows:

Trustworthy information has reached the United States Government regarding the crimes committed by the German invaders against the population of Poland. Since the autumn of 1942 a belt of territory extending from the province of Bialystok southward along the line of the River Bug has been systematically emptied of its inhabitants. In July 1943 these measures were extended to practically the whole of the province of Lublin, where hundreds of thousands of persons have been deported from their homes or exterminated

These measures are being carried out with the utmost brutality. Many of the victims are killed on the spot. The rest are segregated. Men from 14 to 50 are taken away to work for Germany. Some children are killed on the spot; others are separated from their parents and either sent to Germany to be brought up as Germans or sold to German settlers or dis patched with the women and old men to con centration camps.

The United States Government reaffirms its resolve to punish the instigators and actual perpetrators of these crimes. It further de clares that, so long as such atrocities continue to be committed by the representatives and in the name of Germany, they must be taken into account against the time of the final settlement with Germany. Meanwhile the war against Germany will be prosecuted with the utmost vigor until the barbarous Hitlerite-tyranny has been finally overthrown. (Department of State Bulletin, 1943, p. 150)

This document shows us that, in August 1943, Allies had decided to omit any mention about gas chambers in Poland since no evidence of their existence could be produced and taken accurately at its face value. Anyway, not by this circumstance Allies had to be considered guiltily silent on Nazi crimes in Poland. They in fact behave exactly the way Pius XII did. They needed to verify carefully every information coming from Europe, especially from German-occupied Poland. Having not received verifiable news about gas chambers and crematoria, Jewish warnings notwithstanding, the Allies choose not to disseminate such information in their reports or memos. Anyway, no one has claimed that the World Jewish Congress or the Allies be put under trial for their “silence” on crematoria and gas chambers.

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Even Wolf’s jugdment on the 11-volume Series Actes et Documents du Saint-Siege is to be put under scrutiny. Wolf argues that «we have to be sceptical about the whole 11-volume series and check it against the archive document by document», since «these 11 volumes break up the context in which the documents are found in the archive. The result is that one can no longer understand how they relate to each other».

Few remarks are necessary on this point.

First, an edited series of documents never reproduces the archives. Archives remain archives while edited series reproduce abundance of papers but not the archives as a whole.

Secondly, Wolf’s is wrong in assuming that the whole ADSS should be disregarded as a primary source only because some documents are missing, even if they are now available in the Vatican archives (which proofs that nothing was concealed to researchers by the Vatican). Wolf forgets that many documentary series could not resist to his own pretention «to be sceptical» and «check it against the archive document by document». How many series could resist the objection that they «break up the context in which the documents are found in the archives»?

In fact many series of edited documents leave open to such a criticism. American and British ones are thematic and chronological, the Italian is chronological, but has become thematic few years ago; the German is chronological, and so on. Editing work has been subject to momentous changes and fine-tunings, from the paper-era to digitalization; hence it has not been always a perfect work.

Last but not least, ADSS series was created under special circumstances – the anti-Pius querelle after the book by Saul Friedländer, Pius XII und das Dritte Reich which published documents from the German archives for the first time. It was Pope Montini who ordered that four Jesuits prepare a documentary collection of Vatican documents on the Second World War. The work was done before the Vatican files could be declassified. Anyway, the series revealed itself as a very interesting one, full of documents coming from many other States and international agencies. ADSS allowed scholars to get a first-hand (although temporary) impression about the general lines of Vatican diplomacy during the Second World War. Briefly, even today the ADSS series deserves the place of one of the most important documentary collections in the world.

***

This point is connected to the recent openings of the Vatican archives on Pius XII.

One has to make a distinction. While in the Vatican Apostolic Archive a great re-ordering activity went under way, in the historical archive of the Sezione Rapporti con gli Stati of the Vatican Secretariat of State, records on Pius XII were digitalised by mirroring their original archival order. In particular, the dossier containing Dell’Acqua’s memo was re-ordered before 2010 by applying the so-called “historical method” followed by the former Director of the archive, so intervening on the original order of the records. This means that a high probability exists that digitalized the files of that archive could set aside many surprises to researchers dealing with the theme we are treating right now.

  1. In conclusion…

Getting the truth from historical archives is something much more complex than being inside them for five days only. Nobody could claim seriously to have built historical truths by a four-day work in the Vatican archives (one of the five days being engaged in bureaucratic arrangements). Anyway, Wolf’s story has been reported by medias as if an armoured research patrol had invaded Vatican archives exactly the way Nazi divisions did in Poland.

Obviously, historical truth is something different, more complex, more fascinating and, most of all, demanding time, patience, dedication, bravery and capability to be properly researched.

Time after coronavirus hopefully will give us back all this.

(*) Professor of International History, Diplomacy and International Relations at the University of Molise, Italy. International Delegate of the Pontifical Committee of Historical Sciences, Vatican City.

(**) Here’s the original text of  Mons. Dell’Acqua’s Memo: «2 ottobre 1942 – Appunto – Le notizie contenute nella lettera dell’Ambasciatore Taylor sono gravissime, non v’è alcun dubbio. Occorre, però, assicurarsi che corrispondano a verità, perché l’esagerazione è facile anche fra gli ebrei…E non basta, secondo il mio umile parere, fondarsi sulle informazioni date dal Metropolita Ruteno-cattolico di Leopoli e dal Signor Malvezzi: (anche gli Orientali non sono un esempio in fatto di sincerità). Ma, dato anche che le notizie siano vere, converrà procedere con grande cautela nel confermarle al Signor Tittmann perché mi sembra di scorgere anche uno scopo politico (se non puramente politico) nella mossa del Governo Americano, il quale non mancherebbe forse di dare una pubblicità all’eventuale conferma della Santa Sede :il che potrebbe avere spiacevoli conseguenze non solo per la Santa Sede, ma per gli stessi ebrei che trovansi nelle mani dei tedeschi, i quali ne approfitterebbero per aggravare le misure odiose e barbare adottate nei loro confronti».

 

Pio XII è materia di storici. Riflessioni intorno ad alcune polemiche dichiarazioni

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Il 3 marzo 2020 il Rabbino Capo di Roma, Riccardo Di Segni, è intervenuto sull’apertura delle carte archivistiche su Pio XII, avvenuta il giorno prima, e lo ha fatto “a gamba tesa” (si direbbe in gergo sportivo) dalle pagine della Repubblica.
Il giornale romano, riportando le parole di Di Segni, così ha titolato: “Il Vaticano non fermò il treno dei deportati. Il rabbino capo Di Segni contesta i documenti sul ruolo di papa Pio XII”
E, in catenaccio, ecco il capo di accusa: «La comunità ebraica: “Il Vaticano non fermò il treno dei deportati»

Ora, è evidente a qualsiasi storico che non è possibile contestare una massa sterminata di documenti resi disponibili il giorno stesso della loro apertura agli studiosi.
Ma questo è il meno: anche perché si dice che i titolisti facciano un altro mestiere rispetto ai giornalisti. Senza contare che Rav. Di Segni non rappresenta «la comunità ebraica», che in Roma e in Italia ha altri rappresentanti a ciò designati.
Sgombrato questo equivoco, dobbiamo allora scendere nello specifico e spiegare che cosa ha dichiarato il Rabbino Di Segni su Pio XII.

Secondo Rav Di Segni, da parte del Vaticano «non ci fu volontà di fermare il treno del 16 ottobre del 1943, che deportò in Germania dalla stazione Tiburtina 1.022 (per alcuni storici sono 1.024) ebrei prelevati dai tedeschi nel primo rastrellamento romano».
Questo argomento di polemica ha passati cinquant’anni, e viene ora riproposto come se una messe di documenti non fosse mai passata sotto i ponti. E non parliamo dei documenti vaticani già editi (sarebbe il meno). Parliamo dei documenti, della diaristica e della memorialistica che non è di fonte vaticana. Parlo, per esempio, del dispaccio del ministro britannico in Vaticano, Osborne, a Londra (31 ottobre 1943); parlo, per esempio, del diario dell’ambasciatore slovacco presso la Santa Sede, Sidor (data del 31 ottobre 1943). Ci fermiamo per brevità.

Abbiamo detto che l’argomento del papa che non si mette sui binari a bloccare col suo corpo la partenza del convoglio degli ebrei romani è molto vecchio. E’ un tema assai delicato perché ha dolorosissime connotazioni etico-morali che non sono misurabili con le fonti storiografiche.

Se, a cinquant’anni di distanza dalla prima polemica su Pio XII (quella del “Vicario” di Hochhuth), si doveva ancora sostenere che deliberatamente il Vaticano non volle bloccare il treno dalla Stazione Tiburtina (senza spiegare peraltro i motivi di questo comportamento, se non con la latente accusa dell’antisemitismo papale), ebbene, allora era perfettamente inutile chiedere insistentemente alla Santa Sede di aprire i suoi archivi; per poi contestare quegli archivi il giorno stesso della loro apertura, senza peraltro avervi mai messo piede. Perché la storiografia non si aggiusta ai nostri desideri, ma solo in base agli archivi e ai documenti.

Gli storici di qualsiasi orientamento concorderanno  sul fatto che si è aperta una nuova stagione di studi su Pio XII.
In questa nuova stagione di studi, a nostro modesto avviso, si vedranno con chiarezza alcune cose. Che le questioni su Pio XII non riguardano affatto il “silenzio”: anche perché bisogna declinare la parola nel suo intimo e cangiante significato. Perché esiste un silenzio inattivo e un silenzio operativo; un silenzio fattivo e un silenzio passivo. E soprattutto: c’è un silenzio necessario a salvare, perché in una guerra come quella che sconvolse l’Europa fino al 1945, le azioni di salvataggio, per definizione clandestine, non andavano declamate, non andavano pubblicizzate.

E poi c’è il silenzio delle abbazie benedettine, infranto soltanto dalle rotative delle loro stamperie, per produrre documenti falsi più originali degli originali.
E c’è il silenzio delle organizzazioni cattoliche milanesi, coordinate dal Card. Schuster, rotto soltanto dalle officine che fabbricavano falsi timbri nazisti per altrettanto falsi lasciapassare. Timbri che abbiamo presentato il 27 gennaio scorso all’ONU, in occasione della prima celebrazione della giornata della Memoria a Palazzo di Vetro.

«Di Segni – narra “La Repubblica” – attacca indirettamente alcune uscite di ieri di personalità del Vaticano che, in particolare per voce di Johan Ickx, direttore dell’archivio della Sezione Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, affermano che le prime carte degli stessi archivi confermerebbero gli aiuti di Pacelli agli ebrei. Tra i documenti già fruibili in formato elettronico, spiega Ickx, spiccano i fascicoli sugli “Ebrei” con 4mila nomi e le loro richieste di aiuto. Dice: “Tra questi c’è una maggioranza di richieste per aiuto da parte di cattolici di discendenza ebraica, ma non mancano i nomi di ebrei”».

In effetti una prima indagine compiuta anche da noi il giorno stesso dell’apertura degli archivi su Pio XII ha svelato la presenza di dossier nominativi, intestati ad ebrei e ad ebrei battezzati, da inoltrare a varie agenzie europee di soccorso, o provenienti da quelle agenzie.
Non solo. Ma la Serie intitolata “Aiuto e assistenza ai profughi per motivi di razza e di religione” parte dal 1938 e arriva al 1946. Ciò vuol dire che l’attività vaticana a beneficio degli ebrei copre due pontificati, quello di Pio XI e quello di Pio XII. Con buona pace di chi ha voluto vedere un Pio XI sensibile al dramma degli ebrei europei, contro un Pio XII del tutto insensibile al problema.
Di più. Questa serie contiene interessanti dossier come per esempio quello intitolato “Apprezzamento del Governo statunitense per l’attenzione svolta dalla S. Sede a favore degli ebrei”.

Rav. Di Segni poi sa benissimo che il lunghissimo articolo di Johan Ickx, da lui attaccato oggi dalle colonne di “Repubblica”, è apparso sull’ “Osservatore Romano” nell’edizione del 2-3 marzo 2020. Di Segni sa benissimo che l’autore di quell’articolo è colui che ha letto tutte, ma proprio tutte, le carte aperte il 2 marzo agli studiosi. Sa benissimo, quindi, che l’articolo in questione è stato approvato nei sacri palazzi. Dire pertanto che del Vaticano sia «molto sospetto questo sensazionalismo, con i fascicoli già pronti e le conclusioni facili proposte sul vassoio», è ingiusto e inappropriato.
Non ci sono infatti conclusioni sul vassoio, ma solo un primo resoconto di un lunghissimo lavoro, durato dieci anni, e che Ickx, anche nella sua veste di studioso, ha voluto condividere con la comunità scientifica.

E qui dobbiamo tornare sugli argomenti del Rav. Di Segni. Egli dichiara: «Si vede chiaramente che non ci fu volontà di fermare il treno del 16 ottobre e che gli aiuti furono ben mirati a tutela dei battezzati. Dopo aver detto che ci vorranno anni di studio ora la soluzione uscirebbe il primo giorno come il coniglio dal cilindro del prestigiatore. Per favore, fate lavorare gli storici».

Far lavorare gli storici nel silenzio degli archivi è proprio la raccomandazione che, qualche giorno fa, Rav. Di Segni ha condiviso in una lettera inviata al Direttore della “Stampa”. «Non è materia per dilettanti – ha raccomandato – si richiedono competenze sofisticate di tipo storico, politico, archivistico, diplomatico».

Non si capisce pertanto come, proprio alla luce di tali sagge osservazioni, lo stesso Di Segni si sia sbilanciato in un pesante giudizio che, lo ripetiamo, non attiene al piano storiografico ma a quello etico-morale, meta-storico, non misurabile con le fonti storiografiche.
Affermare, come ha fatto Rav. Di Segni, che «si vede chiaramente» alla luce di documenti che il Papa non fermò il treno per Auschwitz equivale a esprimere un giudizio senza aver neppure lontanamente consultato i documenti.
Non è contraddittorio un tale atteggiamento?

Il vero nodo storiografico, come vedremo fra qualche tempo (ma su questo abbiamo preferito sbilanciarci un po’, parlando all’ONU lo scorso 27 gennaio), sarà il seguente: quel 16 ottobre 1943, mentre 1022 (o 1024) ebrei tragicamente stavano per essere deportati, dove finì il resto degli israeliti romani o che si trovavano a Roma?
Se il numero di quegli ebrei presenti a Roma all’epoca è prossimo a diecimila, che fine fece la maggioranza di loro? Che fine fecero coloro che sfuggirono all’infame razzia nazista?

Su questo e su altre questioni, come opportunamente ricorda il Rav. Di Segni, lasciamo parlare gli storici, evitando le polemiche sui giornali.

Ma soprattutto, che si frequentino gli archivi. Quello della Sezione “Rapporti con gli Stati” della Segreteria di Stato vaticana è un esempio più unico che raro di “democrazia archivistica digitale”. Infatti gli studiosi dispongono di una postazione con una loro password, possono consultare l’immenso materiale su Pio XII in formato digitale, apporre note di lettura, farsi una propria lista di documenti preferiti e ordinare dal pc le stampe dei documenti desiderati.
Ma, cosa più importante, a differenza di ciò che accade con i documenti cartacei, che non si possono consultare se un altro prima di noi non ha finito di studiarli, in questo caso tutti gli studiosi presenti in sala possono leggere contemporaneamente tutto, senza dover dipendere dagli altri e senza perdere tempo nel compilare richieste di consultazione.

Vi sono al mondo altri esempi di una tale “democrazia storiografica digitale” inaugurata il 2 marzo 2020 dal Vaticano?

Pio XII, la Storia e la polemica. A margine di un recente articolo di “Shalom”

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«E’ una polemica lunga quasi 60 anni quella sui ‘silenzi’ di Papa Pio XII sullo sterminio nazista degli ebrei».

Esordisce così un articolo a firma di Giacomo Kahn, pubblicato di recente sulla rivista Shalom. L’articolo cade nell’imminenza dell’apertura degli archivi vaticani sul pontificato di Pio XII, prevista per il 2 marzo prossimo. Gli archivi che si stanno per aprire, circa una dozzina, daranno certamente un ricco contributo alle ricerche sulla posizione della Santa Sede non solo nella seconda guerra mondiale e rispetto alla tragedia della Shoah (su cui tuttavia esiste già la preziosa serie edita degli Actes et Documents du Saint-Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale), ma anche con rispetto alla formazione dei blocchi nella Guerra fredda, alla crescente polarizzazione ideologica (si pensi ad esempio al “colpo di Praga”, alla prima crisi di Berlino, alla creazione della NATO e alla crisi ungherese) e all’integrazione europea. Per ragioni solo in parte spiegabili, tuttavia, in previsione delle nuove aperture archivistiche l’attenzione resta concentrata sul ruolo di Pio XII nella Shoah.

«Tutto cominciò, di fatto, esattamente nel 1963 con la pubblicazione del testo teatrale Il Vicario, scritto dal drammaturgo tedesco Rolf Hochhuth: fu rappresentato in prima mondiale da Erwin Piscator a Berlino e il successo fu tale che ben presto approdò a Broadway e quindi a Parigi (con Michel Piccoli) e Londra – spiega ancora Kahn -. Il Vicario fu subito al centro di grosse polemiche internazionali, perché per la prima volta Papa Eugenio Pacelli, che aveva governato la Chiesa dal 1939 al 1958, era accusato di concorso colposo negli stermini nazisti. Quel testo di Hochhuth fece deflagrare il sospetto che il pontefice avesse taciuto volontariamente sull’Olocausto, pur essendo informato delle atrocità commesse dai nazisti nei campi di concentramento».

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Al netto dell’indubbia popolarità mediatica che riscosse Il Vicario di Hochhuth, sorprenderà molto l’apprendere che non fu quel dramma teatrale a spingere il Vaticano alla pubblicazione dei suoi documenti sulla seconda guerra mondiale. Rolf Hochhuth, l’allora giovane allievo del teatro politico di Piscator (peraltro ex allievo anche della gioventù hitleriana) non fu il vero problema. Quel testo (il cui allestimento scenico fu proibito persino a Tel Aviv) in fondo era pura invenzione narrativa, e sarebbe stato artificioso travasare la drammaturgia nella storiografia. Il vero problema per il Vaticano fu rappresentato invece dall’uscita del libro di Saul Friedländer, Pius XII. und das Dritte Reich: Eine Dokumentation (Pio XII e il Terzo Reich. Una documentazione). Per la prima volta vedeva infatti la luce un testo scientifico, opera di un rispettabilissimo storico della Shoah, che era basato sugli archivi tedeschi, e nel quale si pubblicavano i dispacci sino allora inediti dell’ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, von Weizsäcker. Dai dispacci successivi al tragico 16 ottobre 1943 traspariva indubbiamente l’eccessiva “tranquillità” della Sede Apostolica e di Pio XII di fronte alla razzia nazista nel Ghetto di Roma. Agli occhi del mondo, dunque, il libro di Friedländer rappresentava una rivelazione che metteva in crisi i rapporti tra i cattolici e il mondo ebraico su un tema così scottante e dirimente.

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Supponiamo che, quando si apriranno le carte sul pontificato di Papa Montini, quanto si è appena detto sarà di pubblica ragione. Si vedrà come, all’uscita del libro di Friedländer, Montini abbia convocato tre storici gesuiti, in forze alla Pontificia Università Gregoriana e alla rivista “La Civiltà Cattolica”, incaricandoli di preparare una raccolta documentaria in più volumi che servisse da risposta al libro di Friedländer.

Prima di diventar papa, infatti, il giovane Sostituto alla Segreteria di Stato Montini, da stretto collaboratore di Pio XII, aveva avuto piena contezza dei fatti, anche perché durante la guerra coordinava l’Ufficio Informazioni Vaticano. Per Montini sarebbe occorso dunque pubblicare i documenti vaticani e fare in modo che parlassero da sé, attenendosi al massimo rigore scientifico possibile, nonostante il disordine archivistico che regnava fra le carte della seconda guerra mondiale, non ancora riordinate.

Una tale operazione, concepita da Paolo VI, incontrò nei sacri palazzi non poche resistenze: paura di esporsi, paura di farsi trascinare in una polemica, paura dei classici “scheletri nell’armadio”; persino un’irrazionale paura che, pubblicando i documenti, si andassero a svelare i cifrari diplomatici della Santa Sede (cosa, questa, tecnicamente del tutto impossibile). Sta di fatto che Paolo VI prese la sua decisione: quella di pubblicare una serie di volumi nonostante il caos archivistico regnante, pur di fare opera di “trasparenza storica”.

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Contrariamente a ciò che si crede, dunque, non fu Il Vicario a cambiare il corso della storia. Quel testo peraltro aveva valore diverso a seconda dei tagli apportati nei vari allestimenti per un pubblico di volta in volta diverso, o a seconda del luogo di rappresentazione e della prefissata durata scenica. Inoltre, l’indubbia efficacia emotiva (il testo e la dinamica sono innegabilmente coinvolgenti) nulla diceva sulla verità fattuale narrata sulla scena. E infatti la verità su Pio XII narrata da Hochhuth fu contestata fin da subito da autorevoli ambienti non cattolici, e da studiosi “non pontifici” del calibro di Jacques Nobécourt nel suo celebre Il Vicario e la Storia.

In ultimo, una cosa era assistere alla rappresentazione teatrale di Hochhuth, accettandola così com’era, da spettatori passivi nel buio di una sala; altra cosa era leggere il testo nella sua interezza, per poi confrontarlo con la silloge assai incompleta di documenti che Hochhuth volle proporre in appendice al volume. Chi dunque si avvicini al testo di Hochhuth deve sapere che non esiste un solo Vicario, ma tanti Vicari quanti sono gli spettatori e i lettori.

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Neppure è vero che «nel 1965, per replicare alle accuse infamanti, Papa Paolo VI decise di avviare il processo di beatificazione del suo predecessore, peraltro ancora in corso». Questa è solo un’appendice della storia. Il maggior impegno, invece, Papa Montini lo profuse proprio nella creazione della già citata raccolta degli Actes et Documents: raccolta che chi la conosce sa esser fatta non solo solo di documenti vaticani in senso stretto, ma anche di documenti di assai varia provenienza (e soprattutto di provenienza ebraica). Questa “democrazia documentaria” montiniana, lo si diceva, non avvenne senza scarti e senza indecisioni. In un primo tempo si era pensato di rispondere alle polemiche con un semplice “libro di colore”, ossia con uno o due tomi utili solo a difendere la Santa Sede. Ma i tre, poi quattro gesuiti convocati dal Papa (i padri Blet, Graham, Martini e Schneider) furono irremovibili: o si pubblicava una raccolta sistematica con ciò che all’epoca si poteva trovare negli archivi, o era meglio rinunciare al progetto. L’altra condizione posta dai gesuiti fu che la raccolta si dotasse di un ricco apparato critico di fonti che avrebbe fatto riferimento anche ad altri archivi all’epoca consultabili (in particolare: quelli britannici, americani, italiani e francesi). Paolo VI dovette arrendersi alla determinazione dei quattro religiosi, la cui impostazione di lavoro prese quindi decisamente il sopravvento.

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Per dare un’idea della metodologia di lavoro seguita dai padri Blet, Graham, Martini e Schneider, basterà ripercorrere i giorni che precedettero la pubblicazione del volume con i documenti sul 16 ottobre 1943. Gli archivi ci informano che, nell’imminenza dell’uscita del nono volume degli Actes, l’emozione era palpabile. Ecco che cosa scrive nel suo privatissimo diario il gesuita Robert Graham: «In questo momento ho le bozze del volume VIII [sarebbe stato poi il nono, NdA]: opera umanitaria nel 1943. Schneider dice che ora devo preparare un’introduzione e che dovrà essere assai buona, a causa della natura della documentazione, naturalmente sulla questione ebraica e sull’opera di soccorso a Roma. Ho detto che c’è l’intera documentazione delle lettere inviate al Papa dopo il 16 ottobre (nessuna delle quali indicava che fosse noto ciò che si preparava). E poi c’è l’intero elenco degli appelli [per i nostri] fratelli arrestati nell’autunno del 1943».

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Il nono volume degli Actes sarebbe stato pubblicato nel dicembre 1975. Alla data del 16 ottobre 1943 vi troviamo un appunto manoscritto del Segretario di Stato Cardinal Maglione (che nel volume si riproduce anche fotograficamente). Quel 16 ottobre Maglione convocò di prima mattina l’ambasciatore tedesco per imporgli di far cessare la razzia degli ebrei romani. L’ambasciatore rispose che l’ordine veniva da molto in alto, e che una protesta vaticana avrebbe avuto le più serie conseguenze. Von Weizsäcker chiese quindi che cosa avrebbe fatto la Santa Sede se la razzia fosse continuata. Maglione rispose che la Santa Sede non avrebbe dovuto esser messa nella condizione di dire la sua parola di disapprovazione. Se la Santa Sede fosse stata costretta a protestare, continuò Maglione, essa si sarebbe affidata alla Divina Provvidenza per le conseguenze. Von Weizsäcker, resosi improvvisamente conto dell’incipiente rottura, chiese di non riferire a Hitler di quella conversazione del 16 ottobre. Maglione lo lasciò libero di riferire o di non riferire, purché la razzia avesse immediatamente fine.

Di conseguenza, scavando negli archivi tedeschi, Saul Friedländer non ha trovato traccia di questo colloquio semplicemente perché von Weizsäcker non ne riferì; semplicemente perché egli non informò Berlino della possibilità di una protesta papale qualora la razzia a Roma fosse continuata. L’ambasciatore tedesco, infatti, teneva a presentare la sua missione in Vaticano nella miglior luce possibile, dato che egli subiva il nuovo incarico come uno sgradito esilio dorato, dopo i fasti berlinesi che lo avevano visto reggere il Ministero degli Esteri. Chiaro dunque il suo intento di edulcorare il più possibile la situazione, cosa che fece in ben due rapporti da cui tanto è dipesa l’interpretazione di Friedländer; rapporti che tuttavia sono uno dei massimi esempi di falsificazione storica.

A ulteriore conferma di quanto dicevamo, giova fare un raffronto tra i rapporti di von Weizsäcker e due narrazioni insospettabili e distinte: quella del ministro britannico in Vaticano, Osborne; e l’altra dell’ambasciatore Pagine da Volume-9_EVIDENZIATO-2slovacco in Vaticano, Sidor. Il primo, il 31 ottobre 1943, scrisse a Londra che la razzia al Ghetto di Roma fu fermata dalla convocazione dell’ambasciatore tedesco in Vaticano e da una protesta del Cardinale Maglione; con il risultato che molti degli arrestati furono liberati. Il secondo, sempre il 31 ottobre, IMG_1822-1annotava nel suo diario che, di fronte alla razzia nazista, Pio XII aveva dato ordine alla Compagnia di Gesù e a tutte le istituzioni ecclesiastiche di Roma di aprire le porte per dar rifugio agli ebrei.

Il vero problema storiografico, quindi, non è il silenzio di Pio XII di fronte alla razzia degli ebrei romani; il vero nodo storiografico è il silenzio dell’ambasciatore tedesco von Weizsäcker, che nascose a Hitler il fatto di una probabile protesta papale qualora la razzia a Roma non fosse immediatamente cessata.

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Ciò detto, si potrebbe sempre opporre a Pio XII l’accusa di non aver fermato il treno della deportazione in partenza dalla Stazione Tiburtina, così firmando la condanna a morte di oltre un migliaio di ebrei romani. Ma la vera domanda è la seguente: che fine fece, quel 16 ottobre 1943, la maggioranza degli ebrei romani? Stando alle statistiche riportate in alcuni studi della comunità ebraica, al varo delle leggi razziali gli ebrei a Roma erano circa dodicimila. Alla fine della guerra essi erano 11.300, compresi alcuni ebrei provenienti dall’estero. Se queste cifre sono esatte, al 16 ottobre 1943 la comunità ebraica romana doveva contare all’incirca fra le 8000 e le 10000 persone. Ebbene, che fine fece la maggioranza di questi ebrei presenti a Roma quel 16 ottobre, quando poco più di un migliaio di loro prendeva tragicamente la strada dei Lager? E’ questo un altro interessante tema storiografico, e siamo sicuri che l’apertura delle carte sul pontificato di Pio XII apporterà qualche novità in proposito.

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Tralasciamo deliberatamente qualsivoglia considerazione sul libro di John Cornwell, Il Papa di Hitler. E’ stato detto già tanto su come quel libro alteri la verità storica. Basteranno qui tre considerazioni. Cornwell ha preteso di riscrivere la storia di Pio XII: a) lavorando all’Archivio Segreto Vaticano per meno di una settimana (è agli atti dei registri delle presenze); b) lavorando su pochissime carte relative a Pacelli diplomatico in Baviera e in Germania (e non relative al “Papa di Hitler”); c) producendo, fra queste carte, un documento già pubblicato da Emma Fattorini nel 1992, ma da lui presentato come nuovo e inedito. Perché nulla è più inedito di ciò che si ignora.

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Più interessante è l’accenno di Kahn al film Amen di Costa-Gavras. Ma il problema di quel film non è tanto la svastica nazista sovrapposta alla croce (che pure di per sé è un vilipendio alla religione cristiana), quanto proprio le tesi illustrate nel copione del film. Ci limiteremo, anche in questo caso, a qualche illuminante considerazione:

  1. Per sua stessa ammissione, nella preparazione del film Costa-Gavras non ha voluto alcun consulente storico; ma in un’operazione del genere non basta leggere una dozzina di libri, a meno che le tesi che si volevano sostenere nel film non fossero storiche ma di altra natura.
  2. Il film è pieno di falsificazioni storiche. Per esempio Costa-Gavras ignora che l’eutanasia non si fermò per le proteste di von Galen; si vede poi nel film un colloquio tra l’ufficiale delle SS Gernstein e il nunzio apostolico a Berlino, Orsenigo, che è del tutto inventato; il regista fa inoltre dire a Orsenigo (altra colossale falsificazione storica) che Pio XII sta pregando per l’esito della guerra in Russia, perché «Hitler deve schiacciare Stalin»; dulcis in fundo, Costa-Gavras non fa alcuna menzione del colloquio Maglione-von Weizsäcker, di cui abbiamo abbondantemente parlato.

Com’è noto, poi, il film di Costa-Gavras attinge direttamente al Vicario di Hocchuth, i cui limiti si sono già ampiamente ricordati. Ma i due hanno poi litigato proprio sulle tesi esposte, rispettivamente, nel film e nel testo teatrale. A Hochhuth, infatti, Costa-Gavras è sembrato un po’ troppo “morbido” nei confronti di Pio XII!

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C’è da aggiungere che il drammaturgo tedesco non è nuovo a imbarazzanti incidenti con la Storia. Nel 1967 Hochhuth portò sulle scene una nuova pièce intitolata Soldaten. Nekrolog auf Genf. In essa sosteneva la tesi che gli alleati volessero sbarazzarsi del presidente del consiglio del governo polacco in esilio, Sikorski, provocando l’incidente aereo in cui il premier tragicamente perì.

Nella pièce di Hochhuth, Winston Churchill viene additato come il responsabile di tutta l’operazione. Sfortuna per Hochhuth (che lo ignorava), il pilota dell’aereo precipitato, Eduard Prchal, era sopravvissuto; fece causa a Hochhuth per diffamazione e la vinse. I giudici infatti stabilirono che il drammaturgo si era inventato tutto il complotto contro Sikorski al solo scopo di difendere i sovietici dall’accusa di essere stati gli autori del massacro di Katyn, su cui imperversava una polemica fatta di menzogne (soprattutto moscovite) e di sbarramenti ideologici.

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Non possiamo non tornare, concludendo queste riflessioni, all’oggetto da cui avevamo preso spunto: l’annosa polemica su Pio XII di cui Hocchuth si è reso protagonista con la pubblicazione del suo Vicario.

«Se fosse vero quanto si afferma nel lavoro teatrale di un tedesco [ossia, appunto, nel Vicario di Rolf Hochhuth] che quei fatti non ha visto e non ha constatato come noi quello che avvenne a Firenze, a Roma, a Milano, a Genova ed in cento altre città d’Europa investite dal Nazismo, dove i vescovi per primi si prodigarono a difesa degli ebrei, non sarebbe avvenuto. La Chiesa cattolica ha dato invece a noi ebrei la prova di aver salvato tutti quelli che ha potuto salvare […]. Si nomini Pio XI o Pio XII o Giovanni XXIII, hanno salvato degli uomini d’Israele, cioè dei figli di Abramo e li hanno salvati in quanto figli di Dio, come e quanto si sono impegnati di salvare i cristiani».

A parlare così è il dirigente dell’organizzazione di soccorso ebraica Delasem (Delegazione per l’Assistenza all’Emigrazione) Raffaele Cantoni: un non credente, socialista, grazie al quale molti ebrei poterono scampare ai Lager mettendosi in salvo in terre più ospitali, prima fra le quali la Palestina.

Le parole di un gigante dell’umanità come Raffaele Cantoni ci sembra rappresentino tutto quello che, nei fondali dell’animo di molti sopravvissuti, si è annidato per molto tempo. All’insaputa di Hochhuth.

“Intelligence ecclesiastica”, reti informative e resistenza tra Parma e Milano

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La storia che intendiamo raccontare ne racchiude tante altre, formando una serie di complessi intrecci, o di “reti” nate a Parma (come nel resto d’Italia) a supporto del movimento partigiano e soprattutto di quanti erano giornalmente in pericolo di vita. Lo spoglio degli archivi, sempre più sistematico, sorprende oggi gli storici per la ricchezza documentaria che si apre ai loro occhi. La storia che se ne ricava copre luoghi, latitudini, e persone, svelando inimmaginabili intrecci.

Il caso di Parma è un esempio di resistenza ad ampia latitudine: nel senso che Parma, anche per la sua collocazione geografica, fu al centro di azioni clandestine e “sovversive” provenienti da lontano e dirette lontano. La città, com’è noto, divenne fulcro di azioni coraggiose, sia individuali sia costruite su una regia complessa. La città rappresenta quindi una storia di partigiani in sinergia coi servizi alleati, di analisti in incognito, di organizzazioni spionistiche clandestine, di militari e civili che dissero il loro “no” alla Repubblica di Salò pur restando al loro posto.

Ma Parma è anche una storia di preti e di religiosi impegnati con passione civile a tenere le fila di reti informative e di salvezza per la liberazione della città e dell’Italia. La storia della rete “Nemo”, di cui Parma fu una delle più importanti sezioni di Intelligence, non è nuova, anzi è stata diffusamente trattata. Essa nacque dall’Office of Strategic Services (OSS, l’agenzia americana antesignana della CIA) e si radicò proprio nel cuore della Repubblica Sociale Italiana fin dal marzo del 1944. A tesserne le fila era il Capitano di Corvetta della Regia Marina, Emilio Elia, sbarcato da un “Mas” a Punta Corona, nelle Cinque Terre vicino Monterosso, la notte del 18 marzo 1944. Elia mostrò di sapersi ben muovere soprattutto nel parmense e nel milanese, e di saper ben scegliersi i suoi uomini. Iniziò così l’avventura della rete “Nemo”, che fu organizzata in sei ramificazioni, di cui Parma e Milano furono le più importanti per la raccolta delle informazioni, la sorveglianza dei movimenti dei nazifascisti, per le comunicazioni in cifra di notizie vitali e urgenti, e per dare aiuto a chi era in fuga, preparando documenti falsi per chiunque ne avesse bisogno.

“Nemo” significa anche pagine di storie personali di Parma, tra cui una vecchia conoscenza del Comandante della Nemo Elia: ovvero don Paolino Beltrame Quattrocchi, monaco benedettino dell’Abbazia di San Giovanni, già Cappellano militare in Croazia, con un fratello, don Tarcisio, anche lui benedettino impegnato come cappellano in Marina. Figli di Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi (primo e sinora unico esempio di coniugi beatificati insieme), i due religiosi si sarebbero dimostrati assai determinanti nel mantenere in piedi la rete (la c.d. “maglia”) della “Nemo” a Parma. Da cappellano militare don Paolino aveva fatto base a Fiume, presso il Comando del 23° Settore del Regio Esercito, dov’era arrivato nell’aprile del 1941. Si era nel pieno dell’emergenza per il massiccio afflusso dal confine orientale italiano di ebrei provenienti dalla vicina Jugoslavia, fuggiti dopo l’attacco delle truppe dell’Asse, e soprattutto dopo l’avvento degli “ustascia” in Croazia. Nelle carte di don Paolino leggiamo che, proprio a partire da allora «si impegnò a più riprese, d’intesa e in concorso con ufficiali del R. Esercito e con funzionari della Questura di Fiume, a occultare e trasferire clandestinamente in Italia (dove ancora non vigevano le leggi razziali) intere famiglie di ebrei, dalle zone di Carlovac, Gospic, Ogulin, Otocac, Plaski, Pago, per sottrarli alla feroce persecuzione anti-semita del Governo di Pavelic e degli Ustasha».

La menzione dei contatti fra don Paolino Beltrame Quattrocchi e i «funzionari della Questura di Fiume» nelle operazioni di assistenza agli ebrei ex jugoslavi evoca il nome del commissario di Pubblica Sicurezza che dirigeva l’ufficio stranieri di quella Questura: Giovanni Palatucci. Don Paolino non ne fa il nome, ma gli elementi emersi dalle carte fanno supporre contatti sistematici con il commissario di Montella, dichiarato “Giusto tra le Nazioni”, così svuotando di senso le sterili polemiche sul suo presunto “collaborazionismo”.

Ma proseguiamo con la narrazione. La sera del 24 maggio 1943, venne a cena nella casa romana dei Beltrame Quattrocchi un personaggio ben noto a don Paolino e a don Tarcisio. Era don Emanuele Caronti, Abate generale della congregazione cassinense di prima osservanza (poi detta “sublacense”) e già Abate al Monastero di San Giovanni a Parma. La visita di Caronti rientrava nella normale consuetudine della cerchia di amici e conoscenti di casa Beltrame Quattrocchi; ma la mattina don Caronti si era recato all’Ordinariato Militare, incontrando don Tarcisio. Solo un incontro di circostanza, questo? Solo una visita di cortesia, quella dai Beltrame? Del resto, i tempi bui e gli eventi successivi (soprattutto dopo lo sbarco in Sicilia e la caduta di Mussolini) avrebbero conferito ai contatti con l’abate di Subiaco ben altri importanti significati.

Sei giorni dopo la caduta di Mussolini, il 31 luglio 1943, don Tarcisio Beltrame aveva fatto fece ritorno a Roma da Parma. Era andato a trovare il fratello, e recava con sé certi plichi e lettere. Che la guerra continuasse anche con Badoglio era incerto, e il futuro lo era ancor di più. Comprensibile quindi la preoccupazione di Maria Beltrame, espressa nelle lettere al figlio Paolino. Si tratta di una corrispondenza a tratti sorprendente, anche con raccomandazioni all’apparenza incomprensibili: «Ti raccomando – scrive Maria a don Paolino il 5 gennaio 1944 – di non tenere a portata di mano di tutti i ragazzi che potranno venire a giocare in camera tutti quei libri e giochetti che portasti da Subiaco». Che senso poteva avere una tale raccomandazione nella ferrea clausura benedettina? Quali libri e quali giochetti procuratisi a Subiaco don Paolino doveva sottrarre a mani e sguardi indiscreti? Maria Beltrame usava delle perifrasi o dei “codici”?

Una lettera di don Paolino da Firenze, datata 16 febbraio 1944, forse chiarisce il mistero. «Tarcisio dovrebbe procurarmi un’altra ventina di quei fogli stampati a Subiaco – scriveva don Paolino alla madre – che potrei avere per ½ [sic] di don Igino, con tutti gli allegati; presumo non avrò tempo di andare a Subiaco, dovrebbe andare subito [sottolineato nel manoscritto, ndR] procurandomeli, sicché io li trovi a Roma. Possibilmente, se ce ne sono, anche cartoline illustrate di Subiaco».

Da una successiva lettera di Maria Beltrame del 1° marzo 1944 apprendiamo che probabilmente don Paolino non passò più da Roma; si capisce comunque che altre lettere gli sarebbero state inviate dalla Capitale. Contenevano, queste lettere (inviate non per posta ma tramite corrieri fidati), ciò che don Paolino aveva chiesto da Subiaco?

E cos’erano i fogli stampati, gli allegati e le cartoline che don Paolino aveva chiesto da Subiaco, per mezzo di un certo don Igino? Questi altri non era che don Igino Roscetti, parroco della Cattedrale di Sant’Andrea di Subiaco. Si tratta di un personaggio assai interessante, al centro di un traffico di falsi documenti stampati presso il locale Monastero di Santa Scolastica, un luogo con una plurisecolare tradizione nel campo della stampa di altissima qualità. Ebbene, fra le carte di don Igino Roscetti abbiamo trovato la conferma che, oltre ad aver questi aiutato (con una rete locale che, in Subiaco occupata dai nazisti, faceva capo addirittura agli uffici comunali e a vari personaggi di spicco, fra i quali l’Abate di Santa Scolastica don Simone Lorenzo Salvi) molti ebrei e ricercati locali a sfuggire dalle grinfie dell’occupante nazista, egli era anche in contatto diretto con don Tarcisio Beltrame Quattrocchi, non a caso incaricato dal fratello, nel febbraio 1944, di procurarsi da Roscetti dei «fogli stampati». Si trattava quasi sicuramente di modelli di carte d’identità, di lasciapassare e altri documenti che la stamperia benedettina di Subiaco riusciva a falsificare alla perfezione.

Quest’attività di falsari, peraltro molto utile alla Rete “Nemo”, mirava a salvare vite umane anche a Parma. Nelle carte dell’OSS riguardanti l’organizzazione “Nemo” vi è la conferma che quei documenti erano talmente ben contraffatti da essere addirittura migliori degli originali; una raffinatezza che all’epoca solo certi monasteri benedettini potevano vantare.

Va tuttavia sottolineata una circostanza. Don Paolino Beltrame Quattrocchi non era un “falsario” di primo pelo. Egli aveva procurato documenti falsi già in precedenza, e in particolare dopo l’otto settembre. La notizia dell’armistizio di Cassibile lo aveva sorpreso a Roma mentre si trovava in licenza. E a ridosso di quei tragici eventi (presumibilmente fra l’8 e l’11 settembre 1943) don Paolino aveva chiesto a Subiaco la fornitura di un certo quantitativo di «breviari Caronti» (altra espressione in codice) e di altro materiale utile alla falsificazione di documenti e di vari lasciapassare, carte annonarie ecc. .

Qui la cronologia è importante. Forse fu proprio dopo aver ottenuto quel materiale che, fra il settembre e l’ottobre del 1943, don Paolino svolse almeno tre importanti missioni da Parma a Fiume, sua vecchia sede di servizio, facendosi aiutare anche da funzionari della questura parmense (è nota la figura di Emilio Cellurale), da ufficiali del Regio Esercito (come il Maggiore Max Casaburi) e dal Presidente del Tribunale Speciale di Parma (il Gen. Griffini), al fine di trasferire intere famiglie ebraiche verso l’interno dell’Italia o verso la Svizzera, «sotto falso nome, con documenti d’identità falsi e riuscendo anche a rifornirli di carta annonaria e spesso di denaro» (questo narrano le carte di don Paolino). L’operazione coinvolse anche Milano, dove il benedettino poteva contare su sicuri amici, come Riccardo De Haag, su importanti referenti laici e religiosi e soprattutto sul cardinale Ildefonso Schuster. Don Paolino rischiò anche l’arresto da parte dei tedeschi, riuscendo a riparare a Trieste grazie all’amico colonnello Ponzo. Tornò a Parma non prima di aver adempiuto la sua missione di salvataggio per cui stava rischiando la vita.

A Parma (come a Milano) tuttavia non c’era solo la “Nemo”. Gli stessi personaggi spesso erano in altre reti, ognuna con una sigla, con una storia e con precisi referenti. La rete “Nemo”, diretta da Elia, fu un validissimo ausilio per l’avanzata degli Alleati dal sud della penisola. «A Parma contattai don Paolino Beltrame Quattrocchi (alias “Fulvo”), una mia vecchia conoscenza, il cui coraggio ho altamente apprezzato. – racconta Emilio Elia nel suo rapporto di “fine missione” – E attraverso “Fulvo” ho incontrato il Capitano Riccardo De Haag (alias “Alpino”), il quale fin dal principio ha dato un magnifico contributo al nostro lavoro. Fulvo mi ha quindi introdotto a una persona in contatto con il CLN, così permettendomi di incontrare alcuni membri del partito liberale, incluso il Barone Rinaldo Casana il quale, a sua volta, mi ha introdotto al Colonnello Artesani, al Colonnello Elmo, al prof. Borroni e ad alcuni altri. In tal modo fui in grado di ottenere le prime informazioni che, per il tramite di Alpino e del Sottotenente Guido Tassan (alias “Corriere Primo”), furono recate a Pisa e trasmesse da Urbano». Ma Parma ricorda anche i nomi di don Giuseppe Cavalli, di don Ennio Bonati (“Gabbiano”), di Giovanni Vignali (“Bellini”) e di Giampaolo Mora (“Daino”). Alla memoria del già citato Casaburi (nome in codice “Montrone”), la città ha dedicato un gruppo scout e una via. Fra l’altro, Casaburi fu anche impegnato in un’altra missione segreta della “X Mas” in difesa della Venezia Giulia; per riconoscerlo, il suo “contatto” (il Capitano di Marina Antonio Marceglia) ricevette la frase in codice «Fulvo è arrivato e sta bene». E “Fulvo” altri non era che don Paolino.

Una storia di reti e di intrecci, dunque. Nella rete clandestina, a Parma come a Milano, ci furono anche altri preti, fra cui degli scout (come don Tarcisio, fratello di don Paolino Beltrame Quattrocchi). La storia delle “Aquile randagie”, l’organizzazione scout antifascista segnalatasi per molte operazioni di soccorso agli ebrei grazie alla rete Oscar (Opera Scoutistica Cattolica Aiuto Ricercati), meriterebbe molte pagine. Non ci stupirebbe ritrovare in qualche archivio delle “Aquile” timbri e carte intestate per documenti falsi di espatrio. E’ una storia, questa, che da Parma si dipana verso Milano (tramite don Paolino e il Cardinale Schuster) e poi verso la Svizzera, e che, oltre alle “Aquile”, chiama in causa altri personaggi: a Parma sorella Luisa Minardi della Croce Rossa (oblata benedettina proclamata “Giusto tra le Nazioni”), don Ennio Bonati e il senatore Giampaolo Mora; a Milano don Andrea Ghetti, don Enrico Bigatti e don Giovanni Barbareschi, coordinati da Giulio Uccellini, capo delle “Aquile Randagie”.

Per i «fogli stampati» a Subiaco, per i cosiddetti «breviari Caronti», per le azioni “corsare” e clandestine, i protagonisti di questa storia rischiarono la vita (e in alcuni casi la persero, come avvenne per Max Casaburi e altri). Ma la rete informativa che si dipanò fra Parma e Milano, e sparsa altrove, funzionò e salvò vite umane. Don Paolino e don Tarcisio Beltrame Quattrocchi furono i protagonisti di questa storia di salvezza: una storia cui potrebbe dare ulteriore slancio il progetto (che abbiamo ancora allo studio, ma che già si avvale della liberalità di Francesco Beltrame Quattrocchi, nipote dei due monaci benedettini) di digitalizzare e rendere pubblicamente consultabili, in ossequio alle leggi archivistiche, le carte di famiglia.

Giovanni Palatucci, ovvero il revisionismo sui Giusti cattolici

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ImageIn un recente articolo apparso sul “Corriere della Sera”, Alessandra Farkas ha messo in dubbio la figura del Giusto tra le Nazioni Giovanni Palatucci, che non avrebbe poi i meriti che gli si attribuiscono.

«Palatucci, tutte le ombre sulla vita dello Schindler italiano…Si dice abbia salvato oltre 5.000 ebrei in una regione dove non ve n’erano neanche la metà. Mito o truffa clamorosa?. Schindler italiano o bufala?» E via insinuando.
Per la Farkas, Palatucci è, al massimo, un mito, se non una “bufala”. Quanti ebrei ha salvato? Era davvero filosemita? Queste domande si susseguono lungo tutto l’articolo. Palatucci è stato dichiarato Servo di Dio dalla Chiesa cattolica. Può la Chiesa aver fatto un monumento morale a un soggetto che nella vita fu tutt’altro?
In poche parole è questo il dubbio insinuato dalla Farkas, che si serve di varie fonti per rafforzarlo: di un non meglio specificato «crescente coro di storici e ricercatori che da anni studiano il più celebrato tra i “giusti” italiani»; di un promemoria del Ministero degli Interni del luglio 1952; delle dichiarazioni dell’ex direttore di Yad Vashem Mordecai Paldiel, secondo cui «Palatucci fu riconosciuto giusto fra le nazioni per aver aiutato “una sola

donna”, Elena Aschkenasy, nel 1940»; sicché «la commissione non ha rinvenuto alcuna prova né testimonianza che avesse prestato assistenza al di là di questo caso».

Ma non basta. La Farkas ci ammonisce che «dagli archivi si scopre che Palatucci fu funzionario di pubblica sicurezza presso la Questura di Fiume dal 1937 al 1944, dove era addetto all’ufficio stranieri e si occupò dei censimenti dei cittadini ebrei sulla cui base la Prefettura applicava le leggi razziali». Ergo, si tratterebbe di un questurino che non poteva non essere anche lui antisemita in ossequio agli ordini superiori. Si cita a riprova “Il Libro della Memoria” di Liliana Picciotto Fargion,  per dirci che «durante la breve reggenza di Palatucci la percentuale di ebrei deportati da Fiume fu tra le più alte d’Italia».
In altri termini, Giovanni Palatucci, invece di essere un Giusto, sarebbe solo uno zelante esecutore di ordini di deportazione proprio perché Fiume registrò il più alto tasso di deportati.
Palatucci, insomma, sarebbe stato un “eroe a sua insaputa”; o, per citare ancora la Farkas, un «eroe ad hoc», un archetipo di quello che Simon Levis Sullam (altra fonte della Farkas) ha definito «il mito del bravo italiano», utile solo per essere «fonte di auto-assoluzione collettiva rispetto al sostegno offerto a politiche antisemite e razziste» nel periodo 1937-1945, cui migliaia di italiani parteciparono direttamente». Altro che Palatucci salvatore di ebrei. Siamo di fronte a una vera e propria «epica palatucciana».
Ci sono moltissimi aspetti problematici nella rappresentazione dei fatti di Alessandra Farkas. Cercheremo nel nostro piccolo di indicarne i principali. Lo faremo alla luce dei “Palatucci Files”, che abbiamo preso all’Archivio dello Yad Vashem a Gerusalemme.Image
1) Essere designati “Giusti” dipende da una definizione quantitativa? In altre parole: è necessario un “quorum” di salvati per conferire la patente di Giusto, oppure si può essere giusti anche per una sola vita ebraica salvata? E chi stabilisce tale quorum? Per il “Corriere della Sera”, sembra che salvare un solo ebreo non conferisca la patente di Giusto. Yad Vashem e anche il Talmud («Chi salva una vita salva il mondo intero») vanno nella direzione opposta: salvare un ebreo, anche uno solo, è roba da Giusti.
2)    La Farkas scrive che secondo l’ex Direttore dell’Ufficio Giusti di Yad Vashem, Mordechai Paldiel, Palatucci è stato dichiarato Giusto per aver salvato una sola vita umana: quella di Elena Ashkenasy.
Evidentemente per Yad Vashem non esiste un quorum di vite salvate per essere considerato Giusto: basta salvare una sola vita ebraica.
ImageMa c’è di più. Siamo in possesso della testimonianza autografa di Elena Ashkenasy Dafner, datata 10 luglio 1988, redatta nella sua casa di Tel Aviv. Si trova nell’istruttoria su Palatucci, conservata nell’Archivio di Yad Vashem (Dipartimento Giusti, File n. 4338). Ebbene, la signora scrive che, dopo aver assicurato il suo interessamento per lei e per suo marito, «di sua iniziativa [Palatucci] aggiunse che avrebbe fatto il possibile per trovare il modo di far entrare al più presto tutta la mia famiglia in Svizzera (una sorella e un fratello di mio marito abitavano là».
Facciamo notare che la famiglia della Ashkenasy si era rifugiata a Fiume da Vienna e che la signora nel suo scritto aggiunge che Palatucci falsificò anche documenti con timbri della questura. La Ashkenasy aggiunge che Palatucci «rifiutò con decisione» qualsiasi tipo di omaggio, segno della sua gratitudine, «sorpreso che il suo aiuto dovesse essere ricambiato in qualche modo».
Nella notte tra il 10 e l’11 giugno 1940, gli uomini della famiglia della Ashkenasy furono tutti arrestati, e poi deportati nel campo di Ferramonti. Scrive la Ashkenasy: «Anche in questa occasione mi rivolsi al Dott. Palatucci che mi tranquillizzò». La signora (che aveva da poco partorito), con la mamma ammalata e con altre parenti, fu costretta a trasferirsi a Caprarola, in provincia di Viterbo, e in altre località lontane. Palatucci fece sì che questo trasferimento di residenza fosse attuato «con due o tre settimane di tempo per organizzarsi».Image
Dalla testimonianza della signora Ashkenasy risulta insomma che Palatucci s’interessò a lei, a suo marito, alla loro neonata e alla loro famiglia: una decina di persone all’incirca. Una decina, non una sola persona salvata.
Fermo restando quindi che basta salvare una sola vita per essere considerati Giusti, l’ebrea chiamata in causa dalla Farkas ha dichiarato che lei non è stata l’unica a essere stata salvata da Palatucci. Quando si fa un uso non strumentale dei documenti, la storia diviene meno creativa e più aderente ai fatti.
Le cose non stanno quindi come Mordechai Paldiel crede; ed è molto strano, per inciso, che egli non ricordi esattamente il contenuto di un dossier (quello su Palatucci) di cui si occupò direttamente.
3)      Il comando delle operazioni antiebraiche a Fiume, dopo l’8 settembre 1943, non era in mano italiana, ma in mani tedesche: questo non solo perché i tedeschi s’impadronirono ben presto del Litorale Adriatico, controllando anche Istria e Dalmazia, ma anche perché non si fidavano affatto del modo in cui gli italiani applicavano le leggi razziali. In altre parole, loro pensavano che gli italiani non fossero capaci di attuare una “soluzione finale”, e nemmeno “semifinale”.
4)      Il “Libro della Memoria” di Liliana Picciotto Fargion, citato dalla Farkas, ci informa che la Gestapo aveva attivato un apposito ufficio in Italia per la politica antiebraica (pp. 911 ss.). Tale ufficio era indipendente; ed esisteva nelle questure una vera e propria autorità tedesca parallela quella italiana, unicamente dedita alla caccia agli ebrei.
5) Che significa poi che Palatucci aveva dei superiori notoriamente antisemiti? Che per proprietà transitiva lo era anche lui? Se è così, a Yad Vashem hanno preso un abbaglio! Anche Oskar Schindler era iscritto al Partito nazista e continuava a proclamarsi un fervente nazista fedele alla linea di partito, proprio mentre salvava ebrei. E lo stesso fece Giorgio Perlasca, quando fingeva di essere un diplomatico al servizio della Spagna franchista. Ma costoro salvarono o no vite ebraiche?
6) Non si può citare “Il libro della Memoria” della Picciotto Fargion un tanto al chilo. A p. 84 di quel libro, la Picciotto scrive che non vanno dimenticate quelle persone generose che furono deportate per il solo fatto di aver aiutato ebrei. E tra queste persone mette Giovanni Palatucci. Ora: che Palatucci sia stato arrestato perché considerato spia antibritannica, e non per aver salvato ebrei, è vero. Ma è altrettanto vero che salvò vite ebraiche: non “aut aut”, ma “et et”.
7) Neppure si può neppure escludere che l’accusa di spionaggio fosse un pretesto avanzato dai nazisti per far ingoiare un rospo a Mussolini. Non a caso, il Ministero degli Interni della Repubblica Sociale chiedeva con insistenza ai tedeschi perché mai Palatucci fosse stato arrestato; e a rispondergli fu l’ufficio di collegamento della “Sichereitspolizei” in Italia, competente anche per le retate degli ebrei italiani (Appunto per il capo della Polizia Repubblicana, 10 gennaio 1945).
I file di Yad Vashem autorizzano una tale ipotesi, perché da essi emerge che «nel settembre 1943 il Dr. Palatucci aderì al Movimento di Liberazione Nazionale, assumendo il nome di “Dr. Danieli”, proseguendo nelle sua mirabile opera di salvataggio di migliaia di perseguitati».
Ciò è confermato nero su bianco dalla Divisione Intelligence del Ministero dell’Interno italiano, in un documento faxato a Yad Vashem il 28 ottobre 1998, in nostro possesso, e nel quale si legge che Palatucci «aiutò in questo periodo [dopo l’8 settembre 1943] migliaia di ebrei».
Abbiamo sotto gli occhi anche il certificato di onore di Yad Vashem, con cui si dichiara “Giusto” Palatucci. Il documento parla al plurale: Palatucci «rischiò la vita per salvare gli ebrei perseguitati». Ebrei; al plurale.
Di ebrei, al plurale, salvati da Palatucci scrive anche il “Jerusalem Post” del 10 febbraio 2005, e otto giorni dopo anche “The Jewish Press”. E via citando.
8) Il decreto di conferimento della medaglia d’oro a Palatucci, da parte del Ministero dell’Interno, datato 17 maggio 1995, contraddice il precedente documento del 30 luglio 1952 citato dalla Farkas, perché vi si afferma che Palatucci salvo migliaia di ebrei. Anzi, un’informativa inviata a Yad Vashem dalla direzione intelligence del Ministero dell’Interno italiano dice che «subito dopo la guerra, nel 1952 numerosi ebrei sopravvissuti ricordarono e testimoniarono la sua [di Palatucci] coraggiosa attività e il suo supremo sacrificio». Ebrei, al plurale.
9) Non siamo in grado di quantificare esattamente la cifra dei salvati; ma sicuramente quaranta ebrei fiumani trovarono rifugio nella diocesi di Campagna (ce lo dice la stessa Farkas), dov’era vescovo mons. Giuseppe Palatucci, zio di Giovanni. Una casualità?
No. Lo dice lo stesso Yad Vashem, nella persona del Capo dell’Ufficio Relazioni con i Media, Lisa Davidson, in una e-mail al giornalista Patricio Balona, datata 15 marzo 2001, di cui la copia è in nostro possesso.

10) A ben vedere è lecito nutrire dubbi anche sulle dichiarazioni di Mordechai Paldiel paldielalla tavola rotonda citata dalla Farkas, secondo cui Palatucci fu dichiarato Giusto per aver salvato una sola signora ebrea. Nell’incartamento su Palatucci conservato a Yad Vashem c’è un documento che smentisce Paldiel; o meglio in cui Paldiel smentisce se stesso, perché è lui a firmarlo. Si tratta di una lettera del 10 luglio 1995, diretta a Thomas Palatucci, un congiunto newyorchese del vicequestore aggiunto di Fiume. Nella sua lettera Paldiel così motiva ufficialmente il conferimento del titolo di Giusto a Palatucci: «Avvertì gli ebrei del fatto di essere ricercati, li nascose con l’aiuto di suo fratello, il vescovo locale [sic: per lo zio Giuseppe Palatucci, vescovo di Campagna], o li aiutò a salpare per  Bari, dietro le linee alleate. Molti ebrei furono salvati a motivo dei suoi sforzi».Dunque, Nel 1995 Mordechai Paldiel scrisse nero su bianco che il titolo di Giusto era stato conferito a Giovanni Palatucci per aver salvato la vita a molti ebrei («many Jews»). Per poi smentire se stesso in una tavola rotonda, asserendo che Palatucci salvò una sola persona!

Potremmo esibire altri documenti riguardanti altri casi, che tuttavia dovrebbero essere di dominio pubblico. A ogni modo, i casi di ebrei cui Palatucci s’interessò sono sicuramente più di uno.

Del resto, come si è detto, a Yad Vashem basta una sola vita salvata essere Giusti. Il resto ci sembra frutto di congetture, più che di analisi storica.