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Il 3 marzo 2020 il Rabbino Capo di Roma, Riccardo Di Segni, è intervenuto sull’apertura delle carte archivistiche su Pio XII, avvenuta il giorno prima, e lo ha fatto “a gamba tesa” (si direbbe in gergo sportivo) dalle pagine della Repubblica.
Il giornale romano, riportando le parole di Di Segni, così ha titolato: “Il Vaticano non fermò il treno dei deportati. Il rabbino capo Di Segni contesta i documenti sul ruolo di papa Pio XII”
E, in catenaccio, ecco il capo di accusa: «La comunità ebraica: “Il Vaticano non fermò il treno dei deportati»

Ora, è evidente a qualsiasi storico che non è possibile contestare una massa sterminata di documenti resi disponibili il giorno stesso della loro apertura agli studiosi.
Ma questo è il meno: anche perché si dice che i titolisti facciano un altro mestiere rispetto ai giornalisti. Senza contare che Rav. Di Segni non rappresenta «la comunità ebraica», che in Roma e in Italia ha altri rappresentanti a ciò designati.
Sgombrato questo equivoco, dobbiamo allora scendere nello specifico e spiegare che cosa ha dichiarato il Rabbino Di Segni su Pio XII.

Secondo Rav Di Segni, da parte del Vaticano «non ci fu volontà di fermare il treno del 16 ottobre del 1943, che deportò in Germania dalla stazione Tiburtina 1.022 (per alcuni storici sono 1.024) ebrei prelevati dai tedeschi nel primo rastrellamento romano».
Questo argomento di polemica ha passati cinquant’anni, e viene ora riproposto come se una messe di documenti non fosse mai passata sotto i ponti. E non parliamo dei documenti vaticani già editi (sarebbe il meno). Parliamo dei documenti, della diaristica e della memorialistica che non è di fonte vaticana. Parlo, per esempio, del dispaccio del ministro britannico in Vaticano, Osborne, a Londra (31 ottobre 1943); parlo, per esempio, del diario dell’ambasciatore slovacco presso la Santa Sede, Sidor (data del 31 ottobre 1943). Ci fermiamo per brevità.

Abbiamo detto che l’argomento del papa che non si mette sui binari a bloccare col suo corpo la partenza del convoglio degli ebrei romani è molto vecchio. E’ un tema assai delicato perché ha dolorosissime connotazioni etico-morali che non sono misurabili con le fonti storiografiche.

Se, a cinquant’anni di distanza dalla prima polemica su Pio XII (quella del “Vicario” di Hochhuth), si doveva ancora sostenere che deliberatamente il Vaticano non volle bloccare il treno dalla Stazione Tiburtina (senza spiegare peraltro i motivi di questo comportamento, se non con la latente accusa dell’antisemitismo papale), ebbene, allora era perfettamente inutile chiedere insistentemente alla Santa Sede di aprire i suoi archivi; per poi contestare quegli archivi il giorno stesso della loro apertura, senza peraltro avervi mai messo piede. Perché la storiografia non si aggiusta ai nostri desideri, ma solo in base agli archivi e ai documenti.

Gli storici di qualsiasi orientamento concorderanno  sul fatto che si è aperta una nuova stagione di studi su Pio XII.
In questa nuova stagione di studi, a nostro modesto avviso, si vedranno con chiarezza alcune cose. Che le questioni su Pio XII non riguardano affatto il “silenzio”: anche perché bisogna declinare la parola nel suo intimo e cangiante significato. Perché esiste un silenzio inattivo e un silenzio operativo; un silenzio fattivo e un silenzio passivo. E soprattutto: c’è un silenzio necessario a salvare, perché in una guerra come quella che sconvolse l’Europa fino al 1945, le azioni di salvataggio, per definizione clandestine, non andavano declamate, non andavano pubblicizzate.

E poi c’è il silenzio delle abbazie benedettine, infranto soltanto dalle rotative delle loro stamperie, per produrre documenti falsi più originali degli originali.
E c’è il silenzio delle organizzazioni cattoliche milanesi, coordinate dal Card. Schuster, rotto soltanto dalle officine che fabbricavano falsi timbri nazisti per altrettanto falsi lasciapassare. Timbri che abbiamo presentato il 27 gennaio scorso all’ONU, in occasione della prima celebrazione della giornata della Memoria a Palazzo di Vetro.

«Di Segni – narra “La Repubblica” – attacca indirettamente alcune uscite di ieri di personalità del Vaticano che, in particolare per voce di Johan Ickx, direttore dell’archivio della Sezione Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, affermano che le prime carte degli stessi archivi confermerebbero gli aiuti di Pacelli agli ebrei. Tra i documenti già fruibili in formato elettronico, spiega Ickx, spiccano i fascicoli sugli “Ebrei” con 4mila nomi e le loro richieste di aiuto. Dice: “Tra questi c’è una maggioranza di richieste per aiuto da parte di cattolici di discendenza ebraica, ma non mancano i nomi di ebrei”».

In effetti una prima indagine compiuta anche da noi il giorno stesso dell’apertura degli archivi su Pio XII ha svelato la presenza di dossier nominativi, intestati ad ebrei e ad ebrei battezzati, da inoltrare a varie agenzie europee di soccorso, o provenienti da quelle agenzie.
Non solo. Ma la Serie intitolata “Aiuto e assistenza ai profughi per motivi di razza e di religione” parte dal 1938 e arriva al 1946. Ciò vuol dire che l’attività vaticana a beneficio degli ebrei copre due pontificati, quello di Pio XI e quello di Pio XII. Con buona pace di chi ha voluto vedere un Pio XI sensibile al dramma degli ebrei europei, contro un Pio XII del tutto insensibile al problema.
Di più. Questa serie contiene interessanti dossier come per esempio quello intitolato “Apprezzamento del Governo statunitense per l’attenzione svolta dalla S. Sede a favore degli ebrei”.

Rav. Di Segni poi sa benissimo che il lunghissimo articolo di Johan Ickx, da lui attaccato oggi dalle colonne di “Repubblica”, è apparso sull’ “Osservatore Romano” nell’edizione del 2-3 marzo 2020. Di Segni sa benissimo che l’autore di quell’articolo è colui che ha letto tutte, ma proprio tutte, le carte aperte il 2 marzo agli studiosi. Sa benissimo, quindi, che l’articolo in questione è stato approvato nei sacri palazzi. Dire pertanto che del Vaticano sia «molto sospetto questo sensazionalismo, con i fascicoli già pronti e le conclusioni facili proposte sul vassoio», è ingiusto e inappropriato.
Non ci sono infatti conclusioni sul vassoio, ma solo un primo resoconto di un lunghissimo lavoro, durato dieci anni, e che Ickx, anche nella sua veste di studioso, ha voluto condividere con la comunità scientifica.

E qui dobbiamo tornare sugli argomenti del Rav. Di Segni. Egli dichiara: «Si vede chiaramente che non ci fu volontà di fermare il treno del 16 ottobre e che gli aiuti furono ben mirati a tutela dei battezzati. Dopo aver detto che ci vorranno anni di studio ora la soluzione uscirebbe il primo giorno come il coniglio dal cilindro del prestigiatore. Per favore, fate lavorare gli storici».

Far lavorare gli storici nel silenzio degli archivi è proprio la raccomandazione che, qualche giorno fa, Rav. Di Segni ha condiviso in una lettera inviata al Direttore della “Stampa”. «Non è materia per dilettanti – ha raccomandato – si richiedono competenze sofisticate di tipo storico, politico, archivistico, diplomatico».

Non si capisce pertanto come, proprio alla luce di tali sagge osservazioni, lo stesso Di Segni si sia sbilanciato in un pesante giudizio che, lo ripetiamo, non attiene al piano storiografico ma a quello etico-morale, meta-storico, non misurabile con le fonti storiografiche.
Affermare, come ha fatto Rav. Di Segni, che «si vede chiaramente» alla luce di documenti che il Papa non fermò il treno per Auschwitz equivale a esprimere un giudizio senza aver neppure lontanamente consultato i documenti.
Non è contraddittorio un tale atteggiamento?

Il vero nodo storiografico, come vedremo fra qualche tempo (ma su questo abbiamo preferito sbilanciarci un po’, parlando all’ONU lo scorso 27 gennaio), sarà il seguente: quel 16 ottobre 1943, mentre 1022 (o 1024) ebrei tragicamente stavano per essere deportati, dove finì il resto degli israeliti romani o che si trovavano a Roma?
Se il numero di quegli ebrei presenti a Roma all’epoca è prossimo a diecimila, che fine fece la maggioranza di loro? Che fine fecero coloro che sfuggirono all’infame razzia nazista?

Su questo e su altre questioni, come opportunamente ricorda il Rav. Di Segni, lasciamo parlare gli storici, evitando le polemiche sui giornali.

Ma soprattutto, che si frequentino gli archivi. Quello della Sezione “Rapporti con gli Stati” della Segreteria di Stato vaticana è un esempio più unico che raro di “democrazia archivistica digitale”. Infatti gli studiosi dispongono di una postazione con una loro password, possono consultare l’immenso materiale su Pio XII in formato digitale, apporre note di lettura, farsi una propria lista di documenti preferiti e ordinare dal pc le stampe dei documenti desiderati.
Ma, cosa più importante, a differenza di ciò che accade con i documenti cartacei, che non si possono consultare se un altro prima di noi non ha finito di studiarli, in questo caso tutti gli studiosi presenti in sala possono leggere contemporaneamente tutto, senza dover dipendere dagli altri e senza perdere tempo nel compilare richieste di consultazione.

Vi sono al mondo altri esempi di una tale “democrazia storiografica digitale” inaugurata il 2 marzo 2020 dal Vaticano?